misericordiosi come il Padre
Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite… ∞
CORSO FIDANZATI
Venerdì 14 ottobre inizierà, nella nostra chiesa S. Maria alla fonte (Chiesa Rossa), il corso di preparazione al matrimonio. Quello… ∞

Vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta e centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. (Gv 2, 1-11)

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L’evangelista Giovanni chiama i miracoli di Gesù “segni”, perché oltre la potenza di Dio, svelano aspetti della sua persona e della sua missione. I segni di Gesù sono per alimentare la fede: “Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”.
Quello di Cana di Galilea svela la compassione di Gesù – contagiato dalla compassione di Maria – per il bisogno inavvertito di questi sposi che al pranzo di nozze si ritrovano senza vino: “Non hanno vino!”.
Il vino prefigura l’insieme dei beni messianici, la salvezza di cui l’umanità tutta (spesso inavvertitamente) ha assoluta necessità, e che alla fine solo l’ora di Gesù, cioè i suoi gesti di redenzione possono procurare. Maria ne anticipa quasi un assaggio in quel segno che fa passare dall’antica acqua per la purificazione rituale dei Giudei al vino buono del Regno portato da Cristo.[…]

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“Non hanno vino”…: di quante carenze, carenze profonde di senso e di sicurezza, soffre la nostra umanità! Carenza di Dio, carenza di fede, carenza di punti fermi di verità, carenza di punti d’appoggio affettivi perché non fondati sulla roccia sicura dell’Assoluto e dell’Amore che è Dio. Forse quel vino che manca e che spegne la gioia è, più realisticamente, segno della mancanza della fede, anzi della gioia e della fierezza della fede che non ci fa più efficaci testimoni e missionari di Gesù.
Ricorriamo allo Spirito Santo che ci scaldi col fuoco del suo amore: “Anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede per noi con gemiti inesprimibili, lui che scruta i cuori e intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Epist.). (Romeo Maggioni)

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In ogni istante il nostro essere ha come stoffa e sostanza l’amore che Dio nutre per noi. L’amore creatore di Dio che ci tiene in vita non è solo generosità sovrabbondante: è anche rinuncia, sacrificio. Non solo la passione, ma anche la creazione è rinuncia e sacrificio da parte di Dio. La passione ne è solamente la conclusione. Già come creatore, Dio si svuota della sua divinità, prende la forma di uno schiavo, si sottomette alla necessità, si abbassa. Il suo amore mantiene nell’esistenza. […]

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Confessare che Gesù è da Dio. Il compito dei segni è di inoltrarci nella profondità della conoscenza del mistero di Gesù. Per noi che conosciamo la cronaca e abbiamo la stoffa della transitorietà, c’è lo sconcerto di essere chiamati a vedere oltre il segno ed essere trascinati dentro al mistero. La ragionevolezza imporrebbe di vedere le cose che ci sono e non oltre. Ogni trascendimento e capacità di vedere sono il dono della sovrabbondanza del Dio che ama e fa nozze con noi.  (S. WEIL)
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Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». (Mt 3, 16-17)

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Infatti nel caso (unico!) del Nazareno, il battesimo, lungi dall’essere – come per le altre persone battezzate – segno di conversione da una peccaminosa vita precedente, è piuttosto fondamentale momento di manifestazione (o “epifania”) dell’identità e della missione di Gesù: Egli compie le profezie e le attese messianiche dell’A.T., la cui eco si avverte in tutta la pericope.
“Vide aprirsi i cieli”: Gesù ha una “teofania” (=manifestazione di Dio), in cui l’aldilà gli si mostra. Questo “aprirsi” dei cieli sembra proprio la risposta ad un’invocazione accorata che troviamo in Isaia: ”Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is.63,19). Ecco dunque finalmente l’irruzione del divino nella sfera dell’umano: è l’intervento decisivo di Dio; perché, dopo un lungo periodo di assenza dello Spirito, Dio ricomincia a parlare, e questa è la volta definitiva.
L’apertura del cielo è sinonimo di rivelazione divina. Ora Dio e l’uomo stanno incontrandosi, nella persona di Gesù, che Dio definisce suo Figlio “prediletto”, “Unigenito”, sede di una presenza divina suprema. Il battesimo è la solenne presentazione di Lui al mondo. E’ come se il Padre volesse dire: “Non cercatemi in alto, nei cieli. Chi mi rappresenta è in mezzo a voi, è uno di voi.” (Ileana Mortari)

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Il significato di un battesimo si fa chiaro: in Gesù il più grande e il primo che si fa il più piccolo e l’ultimo è Dio a porsi come  il più piccolo e l’ultimo, la giusta posizione per non intimorire nessuno e per vedere e leggere bene la realtà; e ancora in Gesù il giusto è Dio a rivelare la sua giustizia in termini di immersione nel mondo degli ingiusti per farli emergere nel mondo di ciò che è giusto, e di cui il discorso della  montagna è codice scritto. Il codice dell’aristocrazia dello Spirito. È dunque a questa giustizia, la passione d’amore per gli iniqui servo della loro liberazione, dato esemplificato nella discesa nelle acque e nella sottomissione a Giovanni, che Gesù dice sì. […]
A quel Tu che si apre alla compagnia di pubblicani e di prostitute Dio si apre colmandolo del suo Soffio creatore, quello dell’in principio della creazione che a mo’ di colomba,  secondo una tradizione rabbinica, aleggiava sul caos primordiale trasformandolo in mondo ordinato (Gen 1,2), Soffio che attraverso Gesù farà passare Israele e i popoli dalla sponda delle molteplici schiavitù alla riva della terra promessa, evocazione del passaggio del Giordano ad opera di Giosuè (Gs 4,1 ss). E terra promessa è l’approdo a una esistenza amante ad altezza del Dio di Gesù (Mt 5,43-48), terra che non avrà mai fine. […]
Oggi attraverso la lettura – ascolto gli occhi si aprono all’identità di Gesù: egli si manifesta a Israele e all’umanità quale Figlio – servo amato in maniera unica e inviato a compiere un’opera regale: l’immergersi nella condizione umana di ombra e di morte (battesimo di acqua) per farla emergere in forza del suo Soffio a condizione di luce e di vita (battesimo di Spirito), quella dei figli amati servi dell’amore. (Giancarlo Bruni)

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Nato il Signore Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele».(Mt 3,1-4)

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“L’Epifania – affermava il beato Paolo VI – è la festa della Rivelazione divina nella storia umana. È perciò la celebrazione che riguarda un fatto capitale… Dio esiste, ma è ineffabile, è misterioso. Ma Dio si è fatto conoscere. Da allora questa conoscenza si è proiettata sul panorama umano. Da allora l’umanità ha preso senso, coscienza, ordine, destino. Anzi, il destino dell’uomo è venuto a rallegrarsi con quel raggio di luce che Dio ha fatto discendere sopra la terra”.

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l primo evangelista vuole insegnare una verità importante e precisamente che il Cristo non è venuto a salvare solo gli Ebrei, ma anche i popoli lontani, i pagani.
Agli Ebrei si rivela tramite la rivelazione profetica, ai gentili tramite l’astrologia che era molto coltivata tra quei popoli. Anche i pagani attendono il Salvatore e vi sono preparati, a loro modo, ad opera della natura.
Non a caso “l’orizzonte del racconto dei Magi è costruito sulla falsariga di un testo famoso del libro di Isaia (60,1-5), dove si descrive una processione dell’intera umanità che giunge a Gerusalemme…..Per Matteo la luce è Gesù, non più Gerusalemme, e i Magi sono l’avanguardia dei popoli pagani che camminano verso di lui. La venuta dei Magi, letta in questo contesto, assume una chiara dimensione universale, che va confrontata con la finale dell’intero vangelo: “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt.28,19). Due pagine missionarie che aprono e chiudono la storia di Gesù” (Maggioni, I personaggi della natività)

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Epifania che noi cristiani celebriamo, ricordando la venuta dei Re Magi a Betlemme per adorare il Salvatore. Oggi, a distanza di 2017 anni riviviamo la stessa esperienza dei tre sapienti, andando anche noi dietro alla nostra vera stella che è Gesù. La nostra preghiera assembleare, inizia, in questo giorno con un’orazione, la colletta, che è la sintesi del significato di quello che oggi, come credenti ed oranti, intendiamo fare “O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria. (Antonio Rungi)

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Nel racconto del Vangelo risalta subito un fatto, che è il punto di partenza del cammino dei Magi. Erano uomini assetati di verità, e quindi di Dio. Ed è in questa sete che si fa strada l’ineffabile chiamata di Dio.
Dio si fa guida a questa sete…con una stella, che li accompagna ed indica la via verso Betlemme.
E cosa o chi avrebbero trovato?
Importante era mettersi in cammino, per trovarlo e ‘offrirgli i doni’. Chi di noi ha avuto il dono dei Magi, di fare un cammino di fede, oggi si chiede pensosamente che senso si può dare alla vita senza la presenza del Padre che ci ama.
La risposta è nella solitudine che è un’amara esperienza di tanti. Non si può ignorare l’amore di Dio che, facendosi uomo, vuole diventare il solo sostegno e la sola gioia vera per l’uomo. (Mons. Antonio Riboldi)

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Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. (Lc 2, 18-20)

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I pastori gioiscono perché sono stati testimoni della notte di Natale.
La gioia non può essere custodita gelosamente. La gioia dell’incontro porta all’annuncio. Sappiamo bene quanto è stata importante questa gioia per i primi apostoli: l’uno ha chiamato l’altro.
Così nelle prime comunità cristiane perché guardando agli apostoli molti si avvicinano alla fede. Luca scrive il suo Vangelo intorno al 60 d.c. e scrive alle comunità in cui vuole esortarle a vivere la dimensione della gioia come elemento che attrae ed evangelizza. Se recuperassimo la dimensione gioiosa della fede, riusciremmo veramente ad attrarre tutti coloro che sono alla ricerca della verità.
Smontiamo la dimensione intimistica della fede oggi assai diffusa. “Mi cerco le mie esperienze di fede” è un’espressione diffusa oggi. “La fede non può riguardare altri” un’altra espressione. Attenzione la fede è anche condivisione perché coloro che a tentoni cercano la luce la possono trovare.
I pastori, gli ultimi reietti della società, hanno appreso la lezione e ora nessuno li ferma. Sono proprio i pastori, ultimo gradino sociale, come le donne del mattino di Pasqua, escluse nella società maschilista del tempo, a diffondere la notizia i primi del Natale le seconde della Risurrezione. (Michele Cerutti)

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La grazia della Sua presenza ci aiuta semplicemente a ringraziare. Ringraziare per l’anno passato, ringraziarLo per questo presente, ringraziarLo per quanto sarà e per quello che siamo. Semplicemente ringraziare. Riconoscere la grazia della Sua presenza significa che Lui S’è reso presente innestandoSi nel tempo, dentro questa nostra vita. Senza pretendere nulla, senza imporci nulla. La Sua è semplicemente la grazia della presenza. Che non giudica, ma piuttosto ti prende per mano. Che sorride se ti riesce di cambiare qualcosa e ti incoraggia e ti invita a ritentare, se mai per lo scoraggiamento, ti venisse voglia di tirare i remi in barca. Per questo la grazia della Sua presenza ci potrebbe aiutare anche ad osare qualche buon proposito all’inizio di un anno. Non propositi ritagliati sugli altri. Ma a partire da noi, sapendo alzare lo sguardo. (Walter Magni)

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Oggi ci scambiamo tutti il “Buon Anno!” come simpatico augurio.. porta fortuna! La Parola di Dio oggi lo precisa dando contenuto ai nostri auspici: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Lett.).
Pace interiore, e pace per tutto il mondo, per la quale oggi tutti preghiamo. […]
l’unico modo decente di affrontare la vita e un anno nuovo è quello di viverlo da cristiano. Lo dice il Concilio: “Chi segue Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 42), cioè veramente uomo! E quando il cuore dell’uomo è cambiato, .. forse si può sperare anche di cambiare il corso della vita civile che sembra sempre più andare alla deriva. Siamo fieri – crediamolo e facciamolo – di essere veramente il sale della terra, la luce del mondo, il lievito che senza troppo strepito, lavora a generare un mondo diverso. (Romeo Maggioni)

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Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive» (Mc 7,21). Ma il messaggio di Cristo, di fronte a questa realtà, offre la risposta radicalmente positiva: Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) e a porgere l’altra guancia (cfr Mt 5,39). Quando impedì a coloro che accusavano l’adultera di lapidarla (cfr Gv 8,1-11) e quando, la notte prima di morire, disse a Pietro di rimettere la spada nel fodero (cfr Mt 26,52), Gesù tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16). Perciò, chi accoglie la Buona Notizia di Gesù, sa riconoscere la violenza che porta in sé e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, diventando così a sua volta strumento di riconciliazione, secondo l’esortazione di san Francesco d’Assisi: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori». (Messaggio di Papa Francesco)

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Per comprendere le cose di Dio occorre lo stile della Vergine Maria: vedere, sentire, custodire, meditare. Occorre la partecipazione del cuore, degli occhi, della mente, dello stesso orecchio. Si vede, si ascolta, si custodisce nel cuore, si medita con lo spirito. Se manca questa attività contemplativa, il mistero ci sfugge, la realtà divina rimane non compresa e di nuovo di un evento divino ne facciamo una cosa umana.
Prima i pastori dicono ciò che hanno sentito dall’Angelo e ciò che hanno visto nel Cielo. Prima sono testimoni celesti. Hanno ricevuto una missione e per fede la portano a compimento. Manca loro l’esperienza della storia. Manca loro l’incontro con la realtà di cui loro sono stati costituiti testimoni. Prima i pastori possiedono solo la fede nella parola dell’Angelo. Questa fede è iniziale, ma non completa. Perché la fede da iniziale diventi completa bisogna che passi attraverso la realtà storica da essa annunziata. (Movimento apostolico)

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Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». (Lc 2, 6-14)

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Natale vuol dire che Dio si è fatto dono di se stesso a noi. Natale è dunque dono. Ma è dono tutto speciale e del tutto unico. Dio donandosi si è fatto uomo, ha preso la forma umana per essere tra noi, è divenuto uomo come noi – eccetto però la disponibilità al peccato – con un cuore umano, una vita umana.
Questo vuol dire esattamente l’incarnazione, cioè divenire «carne», nel senso di divenire uomo. L’incarnazione non è soltanto il fatto che Dio viene tra noi come uno di noi, ma il significato profondo e preciso della sua venuta come dono. È una venuta di amico, di fratello, di uno che viene ad aiutarci, a consolarci, a volerci bene.
È Dio divenuto compagno di vita. La grande e inesorabile consegna del Natale così inteso, del dono – Dio fattosi uomo per noi – è questa: se Dio, essere necessario, immenso, infinito, eterno, onnipotente, si è fatto uomo per esserci vicino come amico e fratello, ogni uomo dovrebbe imitarlo, cioè dovrebbe essere come il Cristo un amico, un fratello, un compagno di viaggio di vita per il prossimo, per ogni altro uomo. (Gianatonio Borgonovo)

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IL DIO CON NOI
Questo fatto – così tenacemente testimoniato nonostante l’irrisione che fin dai primi pagani lo accompagna – è vistosamente il segnale di una realtà ancor più straordinaria e inimmaginabile: “l’Emmanuele, il Dio-con-noi”, “il Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Il bambino che nasce da Maria non viene da seme umano, ma direttamente da seme divino (lo Spirito santo) per affermare che è direttamente, anche come uomo, figlio generato da Dio, è il Figlio stesso di Dio che ora da Maria prende carne e si fa anche uomo. “Dio da Dio, della stessa sostanza del Padre, per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. E’ tutto il cuore della nostra fede cristiana. E’ il Natale che celebriamo.
Chi lo crederebbe? Ormai il nostro Natale è divenuto una favola commerciale! […]Ma Dio non s’è mai imposto con potenza. La sua nascita a Betlemme è talmente discreta che pochi, poveri pastori, se ne accorgono. Il Natale è per chi ha l’occhio della fede e sa attendere la manifestazione di Dio: “Ancora un poco, un poco appena, e colui che deve venire verrà e non tarderà. Il mio giusto per fede vivrà” (Epistola). Per chi misura le cose a chili, cioè a prestigio, potere e successo, certo l’agire di Dio sconcerta. “Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della propria anima”. Il contenuto della fede in questi giorni natalizi è lo stupore. La contemplazione di un Dio che si fa nostro consanguineo, naturalmente per contagiarci della sua divinità: “Dio s’è fatto uno di noi per fare ciascuno di noi uno di lui” (Romeo Maggioni)

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A Betlemme nasce Gesù i due giovani sposi, immigrati e sconosciuti, arrivano in questo piccolo e famoso paese, ma non sono accolti nella convivenza umana, poiché circostanze e povertà, probabilmente, non permettono un alloggio più comodo. Il racconto moltiplica i richiami della umanità e della povertà: un bambino, avvolto in fasce, è deposto in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo. E il Natale è tutto qui, ridotto anche dall’evangelista in un mondo di esclusi e di poveri disorientati.
Ma Luca vuol chiarire che questo bambino è seguito dallo sguardo misericordioso di Dio che raggiunge i lavoratori della notte, i poveri del tempo. La sua nascita è insignificante ma agli occhi e nei progetti di Dio questa presenza è formidabile. Arricchisce e rinnova tutta la speranza d’Israele. “Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo Signore”.
 Allora i pastori decidono di andare a cercare “questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. E si mettono in viaggio, nella notte, mentre il Signore li aiuta a cercare. Trovano veramente un bambino che giace in una mangiatoia. Eppure non si disorientano ma il segno della umanità respinta e della povertà fa loro intuire che il messaggio è vero. Dio ha visitato il suo popolo. E si fanno annunciatori a Giuseppe e Maria, alla gente che incontrano, ai loro amici di lavoro. E, segno della presenza del Signore, tornano glorificando e lodando Dio. (Raffaello Ciccone)

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