Incontro di quaresima
Domenica 19 marzo secondo incontro di Quaresima in preparazione alla S. Pasqua. don ADALBERTO PIOVANO, ex priore del monastero di… ∞
Primo incontro di quaresima
Domenica 12 marzo sono iniziati la serie di tre incontri di quaresima in preparazione alla S. Pasqua. Ecco il programma:… ∞
misericordiosi come il Padre
Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite… ∞
CORSO FIDANZATI
Venerdì 14 ottobre inizierà, nella nostra chiesa S. Maria alla fonte (Chiesa Rossa), il corso di preparazione al matrimonio. Quello… ∞

Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». (Gv 20, 26-29)

Le porte chiuse del Cenacolo sono un segno importante. Gesù risorto arriva la sera del giorno di Pasqua “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”. E le porte sono sbarrate anche “otto giorni dopo”, mentre “i discepoli erano di nuovo in casa”. Nonostante gli Undici avessero già incontrato Gesù risorto, ricevendo in dono da Lui lo Spirito Santo e questo li avesse riempiti di gioia. C’è una resistenza da parte dei discepoli nei confronti del Signore risorto, una persistenza della fatica ad arrendersi a Lui, a questa Sua nuova condizione di vita, che chiede d’essere chiarita. Quando ci lamentiamo degli insuccessi della nostra fede non possiamo dimenticare che anche i discepoli del Signore hanno sperimentato la crisi. Hanno provato la voglia di andarsene. Come quei due che se ne vanno delusi da Gerusalemme (Lc 24); o come Pietro che con qualche altro discepolo, ritorna a fare il pescatore al suo paese, in attesa di nuovi eventi (Gv 21). (Walter Magni)

I discepoli sono impauriti, smarriti, non sanno più che pensare degli ultimi fatti accaduti: come credere a delle donne? o ad altri che affermano di aver fatto un tratto di strada addirittura con Gesù che non hanno subito riconosciuto? Che cosa si va dicendo? E la tomba vuota? E i Giudei che vanno raccontando falsità?
E loro sono lì che si guardano; e ciascuno ha un suo rimorso nei confronti di Gesù: in fondo tutti lo hanno piantato in asso! C’è chi lo ha tradito, chi lo ha rinnegato, chi si è nascosto: nessuno la ha difeso o gli è stato vicino per confortarlo. Addirittura in un momento cruciale si sono addormentati. Si salva forse qualche donna, ma, si sa, le donne sono emotive.
E guardandosi reciprocamente ciascuno scopre la sua viltà, il suo tradimento, la sua pochezza, la sua angusta e pusillanime amicizia.
Ed ecco: GESU’ si fermò in piedi in mezzo a loro e, mostrandosi vivo nella concretezza di mani e fianco ferito, pronuncia parole di pace: via, via i turbamenti, le recriminazioni, il piangere su stessi. PACE. E subito il RESPIRO, cioè la sua vita: d’ora in poi respireranno lo Spirito, respireranno la sua vita.
Per questo è possibile il PERDONO. Che è perdono prima di tutto fra di loro: è un riaccogliersi senza diffidenze e senza sospetti, è un ritrovare le radici di un’amicizia nella propria comune fragilità, nell’accettare di non essere all’altezza degli ideali e di accogliere come dono e come gratitudine la stima riaccesa, la fiducia ricomposta e rinnovata.
Per questo il perdono è affidato alla comunità cristiana (il testo di Giovanni va molto oltre l’istituzione di un sacramento!), all’interno della quale va vissuta e praticata ogni riconciliazione come realtà trasfigurata dalla resurrezione, cioè dalla vita che vince la morte. (Raffaello Ciccone)

La seconda apparizione di Gesù, sempre nel giorno della domenica (della settimana successiva) e con le stesse modalità, pare proprio venire incontro alla richiesta di Tommaso; è Gesù stesso che riecheggia le parole e le condizioni poste, per credere, dal discepolo scettico. In questo ritroviamo un tratto tipico del Nazareno: saper entrare in dialogo profondo con ogni persona, saperla capire e accogliere per quella che è, andandole incontro fin là dove è possibile il dialogo vero.
Ora, è proprio questo che ha fatto scattare la molla nel discepolo “incredulo”: di fronte alla sconfinata condiscendenza e comprensione di Gesù, egli capisce che non aveva senso pretendere di porre delle condizioni e addirittura stabilire le modalità del riconoscimento; probabilmente avrà anche provato vergogna per la sua meschinità di fronte alla incredibile magnanimità di Gesù!
E così, di colpo, senza più aver bisogno di “constatare” personalmente e sensibilmente alcunché, arriva a pronunciare la più alta, profonda e solenne professione di fede del vangelo, connotata oltretutto da una sfumatura di intimità personale: “Mio Signore e mio Dio!” (v.28).
Ancora una volta, come sempre negli episodi di apparizione, è solo ed esclusivamente l’iniziativa di Gesù che rende possibile, al di là di tutti i nostri calcoli e tentativi, l’incontro con Lui; non solo per i suoi contemporanei, ma in ogni tempo, come ci assicura Egli stesso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!” (v.29)
Ma allora Tommaso non può più essere considerato l’emblema dell’incredulità; semmai è il rappresentante di tutti coloro che, mossi da ostinata ricerca della Verità, pur conoscendo le inquietudini dell’esitazione e del dubbio, giungono a quella straordinaria esperienza che è l’incontro con il Vivente. (Ileana Mortari)

Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»». Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto. (Gv 20, 16-18)

Tutti i Vangeli attestano che nessuno ha visto risorgere Gesù, l’atto, il momento della Sua resurrezione. Contrariamente alla fantasia di certi pittori del passato, che hanno immaginato Gesù uscire trionfante dal sepolcro, con in mano il vessillo della vittoria. Non l’ha visto Maria di Magdala. Piuttosto, ha avuto la grazia di poter udire la Sua voce. Quel timbro inconfondibile che ancora la chiamava per nome: “Mariàm”. Lei si volta e Lo riconosce. Non l’ha visto risorgere neppure Giovanni, il discepolo amato. Appena Maria l’avverte, con Simon Pietro corre al sepolcro. Al momento non sa che fare, poi entra e vede il sudario, le bende ripiegate. Poche reliquie del Suo Maestro e il vangelo dice che “vide e credette”. Tutti i racconti della resurrezione registrano semplicemente la gioia incontenibile di una relazione ritrovata con Gesù. Anche a noi della Sua resurrezione non restano che poche cose. Quasi non ci restasse, per annunciare la Sua resurrezione, che qualche parola, un canto, forse semplicemente un halleluja. Non ci è chiesto chissà cosa a Pasqua per dire che Gesù è risorto. Semplicemente l’esercizio di un amore che sa andare oltre. (Walter Magni)

4×5 original

La resurrezione di Cristo è l’inaugurazione d’un ordine nuovo e universale; un’energia nuova è infusa nella creazione.
Dall’alba di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi discepoli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna. “La risurrezione del Signore è la nostra speranza” diceva Agostino.
La morte non ha l’ultima parola, perché a trionfare alla fine è la Vita. Occorre essere attenti perché questa nostra certezza non si fonda su semplici ragionamenti umani, ma si basano su uno storico dato di fede: Gesù Cristo, crocifisso e sepolto, è risorto con il suo corpo glorioso. La sua risurrezione riguarda anche noi perché credendo in Lui, possiamo avere la vita eterna. (Michele Cerutti)

Precisiamo bene che cosa è il destino di risurrezione e di vita che Cristo ci garantisce. Non si tratta di una vivificazione, cioè di ritornare ad una vita come prima, come ad esempio è capitato a Lazzaro. Né, come è nella credenza comune, solo di immortalità dell’anima, perché si parla di risurrezione del corpo, quindi di una vita ridataci nella integrità della persona, anima e corpo. Né una sopravvivenza nella forma della reincarnazione, come mode orientali suggeriscono, perché si tratta del nostro corpo. Si tratta invece di quanto in sostanza professiamo nel Credo: credo la risurrezione della carne. Questo corpo, cui siamo tanto attaccati, sarà “trasfigurato”, cioè ri-creato e reso eterno, come appunto è avvenuto per Cristo risorto. Al come sarà, risponde san Paolo: “Qualcuno dirà: come risorgono i morti? Con quale corpo verranno? Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza” (1Cor 15,35-43). (Romeo Maggioni)

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». (Gv 12, 1-8) […]

Il giorno seguente, la grande folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando:

«Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!». (Gv 12, 12-13)

A Marta era bastato vedere Gesù in faccia, appena era apparso sulla soglia di casa, per capire che qualcosa bisognava fare. Forse la voce che il Maestro era braccato dai capi dei Giudei era già circolata. Così, “fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali”. Una cena per ringraziarlo per il fratello Lazzaro ch’era tornato in vita. Una cena di consolazione, una cena di ringraziamento. Nella quale sembra già di intuire un rilancio, un rimando ad un’altra cena. L’anticipo di quella cena che Gesù avrebbe regalato ai Suoi di lì a qualche giorno. In una stanza al piano superiore, “per mangiare la pasqua con i suoi discepoli” (Mc 14,14). Chiedendo, come Suo testamento, che venisse ripetuta sino alla fine del mondo: “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19).  […]

Rompendo ogni indugio, Maria compie un’azione controcorrente, improbabile: si avvicina ai Suoi piedi, semplicemente li abbraccia, li bacia e dopo averli cosparsi di un profumo costosissimo li asciuga coi suoi capelli. È impossibile pretendere di imbastire un ragionamento logico, compiuto. Forse qualcosa si potrebbe comprendere se potessimo intuire qualcosa della sua capacità a sostare ai piedi del Maestro, cercando di registrare qualche passaggio dell’anima, qualche tratto del Suo cuore. Così che lei potesse semplicemente concludere che avrebbe dovuto fare qualcosa per Lui. Perché il cuore è così. Non lo puoi fermare. Anche qui non ci sono parole che accompagnano il gesto. Puoi solo restare in silenzio, restare stupito. Assaporando intanto la fragranza del profumo, che tutto s’espande per la casa. Una scena da guardare, come quella del discepolo amato, che durante quell’altra cena, avrebbe posato la testa sul cuore di Gesù (Gv 13,23- 26). (Walter Magni)

Gesù entra in Gerusalemme “come re, giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Lett.), per “annunciare pace alle nazioni”. Un Messia che viene appunto a riconciliare l’umanità al suo Dio, attraverso non gesti di potenza, ma con l’obbedienza che esprime l’opposto della disobbedienza di Adamo. La risurrezione che conclude questa vicenda di Cristo il giorno di Pasqua dice la validità e l’efficacia della sua azione di salvezza. […]
Questo è il punto: partecipare alla sua morte per giungere ad una risurrezione simile alla sua. E’ appunto quanto noi intendiamo quando parliamo della Pasqua della Chiesa, o della nostra Pasqua. In qualche forma Gesù vuole che ciascuno compartecipi a quei suoi atti – che ha fatto per noi, ma non senza di noi -; atti che abbisognano di un “completamento” perché possano essere efficaci per ognuno di noi. Scrive san Paolo: “Do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). L’obbedienza alla nostra croce non ha efficacia di riscatto se non è unita alla Croce redentrice di Cristo, perché solo in Lui siamo riconciliati col Padre oggi e, domani, glorificati! (Romeo Maggioni)

Gesù entra a Gerusalemme trionfalmente. La gente applaude, agita in alto i rami strappati dalle palme e dagli ulivi, stende i propri mantelli al passaggio del Rabbì di Galilea. Piccola gloria prima del disastro, fragile riconoscimento prima del delirio. Gesù sa, sente, conosce ciò che sta per accadere. Troppo instabile il giudizio dell’uomo, troppo vaga la sua fede, troppo ondivaga la sua volontà. Ma che importa? Sorride, ora, il Nazareno e ascolta la lode rivolta a lui e che egli rivolge al Padre. Messia impotente e mite, energico e tenero, affaticato e deciso. Non entra a Gerusalemme a cavallo di un puledro bianco, non ha soldati al suo fianco che lo proteggono, nessuna autorità lo riceve: Egli cavalca un ridicolo ciuchino, ricordando a noi, malati di protagonismo, che il potere è tale solo se non si prende troppo sul serio, che la gloria degli uomini è inutile e breve. Osanna, figlio di Davide, Osanna nostro incredibile Dio, nostro magnifico re. Osanna dai tuoi figli poveri e illusi, feriti e mendicanti, Osanna re dei poveri, protettore dei falliti, Osanna! Innalza a te il grido di lode la tua Chiesa, santa e peccatrice, riconosce in te l’unica ragione di vivere, l’unica ricerca, l’unico annuncio, Osanna maestro amato. (Paolo Curtaz)

 

Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». ( Gv 11,21-27)

Nella domenica di Quaresima detta della Samaritana, abbiamo identificato Cristo con l’acqua, nella domenica detta del cieco nato Cristo è anche luce: oggi, domenica di Lazzaro, Cristo si identifica nella vita. In questa domenica Gesù ci insegna ad andare oltre quel muro che ci impedisce di vedere oltre.
Il Vangelo, mentre ci racconta la risurrezione di Lazzaro, anticipa la risurrezione di Cristo e indica la meta del nostro pellegrinaggio. La risurrezione di Cristo è vittoria sul male e sulla morte. Facendo risorgere Lazzaro Gesù dice che la risurrezione è la realtà dell’uomo che crede in Cristo. La risurrezione non è solo di Gesù, ma è di tutti.
Quello che voglio mettere in evidenza è la dimensione della commozione di Gesù, una commozione che lo porta a sporcarsi le mani. Portando su di sè la nostra natura conosce la dimensione della commozione. Questo Dio che si fa uomo diventa più familiare a tutti noi.
Quanti episodi ci aiutano a comprendere come Gesù ha avuto sentimenti di compassione. La compassione si esprimeva davanti a chi soffriva di lebbra, ai paralitici, ai ciechi, ai sordi, agli zoppi e agli indemoniati. Gesù prova compassione anche davanti all’adultera che rischiava la lapidazione, fino a davanti alla sofferenza della morte fisica.
Siamo chiamati a ricuperare la dimensione della commozione che non ci fa arrendere.
Le sorelle di Lazzaro dicono: emette già puzza. Vi è una sorta di rassegnazione. Un senso di impotenza porta all’indifferenza.
Gesù non ci invita a rassegnarci, ma a diffondere la speranza scuotendo le nostre insicurezze. Gesù non si preoccupa di dare fastidio. Anche nel brano di oggi la popolarità di Gesù dà fastidio e allora c’è una consultazione nella quale si decide la condanna a morte. (Michele Cerutti)

La prima reazione del Cristo è quella di una intensa partecipazione al dolore delle sorelle di Lazzaro. Ma nello stesso tempo, proprio dall’abisso della sofferenza, Egli sa far scaturire un barlume di consolazione. Significativamente Giovanni non usa lo stesso verbo per designare il pianto di Maria e quello del Maestro: il primo (in greco “klàio”) indica il piangere singhiozzando rumorosamente, il secondo (“dakrùo”) dice spargimento di lacrime, ma silenzioso. Come dire: Gesù solidarizza con il dolore, non con la disperazione.
Perché? Se con la sua partecipazione emotiva Egli testimonia che la paura della morte e la ribellione ad essa sono situazioni umane di per sé insuperabili, nello stesso tempo, con la compassione e l’amicizia che, come per gli ospiti di Betania, egli ha verso tutti gli uomini, ci prende là dove siamo e ci porta come in una terra nuova.
“Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (v.40), dice Gesù a Marta e a ciascuno di noi. La gloria è la vita di Dio al massimo grado e questa è una vita che non può più morire; non tanto dunque quella che è stata ridata a Lazzaro, il quale poi sarebbe comunque dovuto morire, ma quella di cui la resuscitazione di Lazzaro è segno, e cioè quella condizione nuova, di totale e perfetta comunione con Dio e con i fratelli, di cui la vita di Gesù dopo la Sua resurrezione, quella sì!, è stata la “primizia”, ed è la garanzia per ogni uomo. (Ileana Mortari)

A volte si sente l’obiezione, anche da persone non particolarmente credenti: che cosa costa pensare che ci sia un aldilà, una vita dopo la morte? Che l’abbia detto o no Gesù non ha poi grande importanza. L’incontro di Marta con Gesù ci fa capire che c’è un passaggio fondamentale: dal sapere al credere. Non si tratta di credere in una resurrezione generica nell’ultimo giorno, ma di affidarsi ad una persona che si presenta come ‘ resurrezione e vita fin d’ora; tanto che la morte non potrà essere la parola definitiva. Affidarsi come ad un amico che è capace di piangere con te, che ti è accanto nel momento del dolore, che si ‘sconvolge nelle viscere’ al vedere Lazzaro sepolto e la disperazione delle sorelle e degli amici accorsi dalla Giudea. Vengono in mente le parole di papa Francesco durante la Messa celebrata a Lampedusa:”Chi piange per tutti questi morti?” a proposito delle migliaia di migranti affogati per la barbarie e l’indifferenza generale. Chi piange per i morti innocenti, chi piange con te quando muore una persona cara? (Raffaello Ciccone)

Se è la fede in Cristo ciò che riscatta dalla morte, questa è disponibile anche a noi oggi. Gesù è risuscitato per essere “il primogenito di quelli che risorgono dai morti” (Col 1,18), non il caso unico. Per la solidarietà creaturale che ha con noi, quel suo atto in un certo modo ci ha coinvolti: “Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù” (Epist.). Nel testo greco, san Paolo ha dovuto inventare delle parole nuove: convivificati, conrisuscitati, fatti consedere alla destra di Dio! Se abbiamo fede in quel suo gesto di riscatto, anche noi risorgeremo: “Per grazia infatti siete salvati mediante la fede” (Epist.).
Questo legame di fede, iniziato col Battesimo, dal Battesimo produce i suoi frutti: “Per mezzo del battesimo siamo sepolti insieme con Lui nella morte, affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. (Romeo Maggioni)

Nel dialogo tra Marta e Gesù a proposito della risurrezione di Lazzaro, si intravede il dialogo permanente tra la Chiesa, comunità peregrinante, e il Signore: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». La morte è il grande male dell’uomo, perché è la privazione della luce, della gioia a cui egli è profondamente teso. […]La comunità di fede continua l’implorazione di Marta. La constatazione del male della morte ci conduce a dire al Signore: «Ma ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà» […]
Il Signore risponde, e in tal modo garantisce la nostra fede: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». (B. CALATI)

Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. (Gv 9, 5-7)

Ciechi dalla nascita siamo anche noi: ciechi sul senso vero della vita, sul nostro destino; ciechi per l‘egoismo che non ci fa vedere il bene, nostro e degli altri, e ci divide. Ciechi perché non riusciamo a vedere oltre i nostri limiti per aprirci ad una salvezza che viene dall‘alto. Ciechi di fronte a Dio.
La tragedia è che diciamo di vederci e di non aver bisogno d‘altra luce. Così, dice Gesù ai giudei: “Se foste ciechi, non avreste nessun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41).
Per incrociare la cecità e la miseria degli uomini, Dio è venuto nella tenda del suo corpo in quel Gesù di Nazaret perché “gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Nel vangelo di oggi ecco un gesto compiuto da Gesù – un intervento salvifico di Dio -, tanto evidente ma anche tanto discriminatorio. Da una parte il cieco guarito che crede, dall’altra i giudei che si chiudono sempre più nella loro incredulità.
Un fatto che è un segno dell’opera di Gesù, “luce del mondo”, e riguarda ognuno di noi per quell’illuminazione che riceviamo nel battesimo. In fondo la domanda che ci è rivolta è: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”.
Aprirsi alla luce di Cristo con la fede è l’impegno che ci viene richiesto nel rinnovare ogni anno il nostro itinerario battesimale di quaresima verso la Pasqua. (Romeo Maggioni)

Nella vicenda del cap.9° possiamo chiaramente vedere le diverse reazioni di fronte al miracolo della guarigione: incertezza e perplessità tra la folla (v.9: “alcuni dicevano “E’ lui”, altri “No, ma gli assomiglia”);
Ma soprattutto le due possibili e antitetiche posizioni contrapposte circa il giudizio su Gesù sono rappresentate dall’uomo guarito e dai farisei. Per tre volte questi dicono: “Noi sappiamo” e per tre volte invece l’altro afferma di non sapere. Eppure proprio dallo svolgersi dei dialoghi e dall’incrocio delle argomentazioni risulta esattamente il contrario!
Il povero mendicante, rassegnato alla sua disgrazia, quando un uomo chiamato Gesù, dopo avergli impiastricciato gli occhi con del fango, gli ordina di andare a lavarsi, obbedisce senza obiettare. Esegue quanto gli viene detto e si ritrova di colpo guarito da un male assolutamente incurabile. Poi, sollecitato dai vari interrogativi che gli vengono posti, si ritrova in pratica a ripercorrere nel giro di poche ore l’esperienza di cammino spirituale e di incontro con Jahvè fatta dal popolo ebreo nel corso della sua storia, quando ha saputo nutrire fiducia in Dio ed è quindi diventato esemplare per ogni credente.
Anche quell’uomo è aperto ad accogliere la verità e ragiona correttamente a partire dalla realtà del fatto accaduto; è insomma un bell’esempio di quella che chiamiamo “onestà intellettuale”.
E così succede che proprio lui, comunemente ritenuto ignorante, disgraziato e “nato tutto nei peccati” (v.34), mostra di aver raggiunto una assai più profonda comprensione dell’insegnamento di Mosè rispetto ai farisei, al punto che può impartire loro una vera e propria lezione di teologia!
Egli infatti si fa portavoce della linea ortodossa dei rabbini: “Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta” (v.31). Gesù è appunto uno che fa la volontà del Padre e quindi il Padre lo ascolta (come possiamo vedere da vari passi di Giovanni: 8,26; 8,42; 11,41-42).
Tutto il contrario succede ai farisei che tanto credono di sapere!  (Ileana Mortari)

… Non dobbiamo temere le sfide, questo sia chiaro. Non dobbiamo temere le sfide. Quante volte si sentono delle lamentele: “Ah, quest’epoca, ci sono tante sfide, e siamo tristi…”. No. Non avere timore. Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Non temere le sfide. Ed è bene che ci siano, le sfide. E’ bene, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose, tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve. Questo dobbiamo temere. E si ritiene completa come se tutto fosse stato detto e realizzato. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica. Ci sono i pericoli delle ideologie, sempre. Le ideologie crescono, germogliano e crescono quando uno crede di avere la fede completa, e diventa ideologia. Le sfide ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato. Come ha affermato la Costituzione dogmatica Dei Verbum: «La Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» (8b). E in ciò le sfide ci aiutano ad aprirci al mistero rivelato. (Papa Francesco a Milano)

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