Incontro di quaresima
Domenica 19 marzo secondo incontro di Quaresima in preparazione alla S. Pasqua. don ADALBERTO PIOVANO, ex priore del monastero di… ∞
Primo incontro di quaresima
Domenica 12 marzo sono iniziati la serie di tre incontri di quaresima in preparazione alla S. Pasqua. Ecco il programma:… ∞

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (Gv 16, 12-15)

Nel brano evangelico di questa liturgia Gesù dice ai Suoi discepoli: “molte cose ho ancora da dirvi…”. Come avesse ancora molte altre cose da comunicarci a riguardo del volto di Dio, di certe sfumature del Suo cuore, di alcuni accenti, forse anche dei Suoi sogni. Perché la verità a riguardo di Dio e del Suo mondo non è un muro di fine corsa. È, piuttosto, una porta che ti si spalanca davanti, introducendoti in una relazione senza fine. Nel rispetto dei tuoi tempi, dei ritmi a volte affaticati o stanchi dell’esistenza. Gesù ci ha voluto portare sulla soglia del cuore del Padre Suo e, giunto ormai al termine della vita, ci affida allo Spirito Santo: “Molte cose ho ancora da dirvi (…). Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”.

Troppo spesso abbiamo paragonato la verità di Dio a una roccia solida e ferma. E questo ha generato tra le religioni guerre, uccisione e morte. Appoggiandoci alla pretesa di una verità forte per dire Dio, meno affidandoci all’amore e alla bellezza, nel Suo nome ha prevalso la logica del dominio e dell’imposizione. Eppure Gesù questo non l’ha mai detto. Soprattutto non l’ha dimostrato. Dio non sta nell’arroganza. Nemmeno nell’arroganza della verità. Ama piuttosto nasconderSi nel suono di un silenzio sottile. Nel sussurro di quello Spirito, che Gesù chiama “spirito della verità”. A Lui e a Lui soltanto – grazia evangelica inestimabile – il compito di guidarci “a tutta la verità”. Pienezza della verità. La verità tutta intera del nome di Dio. (Walter Magni)

Il mistero della vita intima di Dio è traboccante di conoscenza e di amore. La sua ricchezza di perfezione si espande in conoscenza di sé e in amore che, senza intaccare l’unità assoluta del suo essere, danno origine in lui a realtà viventi e personali. Gesù ha rivelato questa ricchezza della vita intima di Dio adoperando parole e immagini tratte dalla vita degli uomini: disse che il Padre ha mandato per amore il proprio Figlio unigenito nel mondo per condurre gli uomini a sé, e che il Padre e il Figlio inviano lo Spirito Santo per renderli santi e figli di Dio. Perciò il cristianesimo crede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, un unico Dio, vivente in tre persone che possiedono l’identica natura divina. La ragione umana sperimenta la propria impotenza davanti a questo mistero, ma l’esistenza cristiana è tutta dominata da esso, perché è nel contatto con ciascuna di queste persone divine che si opera la salvezza. (P. TARCISIO GEIJER)

Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Proprio l’evento dell’Incarnazione caratterizza il Dio cristiano: il Figlio di Dio che si fa uomo rivela una fecondità eterna nel “seno del Padre”, e quindi un Dio che eternamente ama. “Dio è amore” (1Gv 4,8), ha scritto san Giovanni che conosceva le confidenze del cuore di Gesù. C’è allora in Dio un Amante, un Amato e l’Amore che li unisce, tanto vivo da essere una Persona. E’ lo Spirito Santo. Così spiega sant’Agostino la Trinità. Dio è uno, ma non è un single, bensì una famiglia di Tre Persone: talmente in sintonia quale riflesso non solo di una libera comunione d’amore, ma anche di una medesima sostanza e natura. Ci fa professare oggi il prefazio: “Tu con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo sei un solo Dio e un solo Signore, non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza”.

A partecipare a questa famiglia siamo destinati mediante il coinvolgimento che opera lo Spirito Santo già da oggi mediante il battesimo: “Voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà! Padre! E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Epist.). E’ il sogno così affascinante che Gesù ci ha lasciato come testamento: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). Non ospiti ma partecipi a pieno titolo di Casa Trinità per una comunione piena alla vita (“natura”) divina: “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). (Romeo Maggioni)

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. (Gv 14, 15-17)

Lo Spirito costruisce in noi il “Santo”, cioè la vita divina, che inizia col battesimo, cresce con l’azione interiore di “trasfigurazione”, e si completa con la risurrezione della carne.
L’insieme dei santificati forma il “Sacro”, cioè la Chiesa, il luogo dove direttamente lo Spirito agisce attraverso i ministeri, i carismi e soprattutto nell’Eucaristia. […]
La promessa di Gesù: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”. E’ lo Spirito Santo, col battesimo, a “innestarci” in Cristo, quasi tralci sulla vite, dalla quale ricevere la linfa’ che nutre la vita divina. La linfa è appunto “lo Spirito del Figlio suo”. “Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio” (Rm 8,16). L’affermazione di Gesù è esplicita: “Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, quello che è nato dallo Spirito è spirito” (Gv 3,5-6). Lo Spirito – “lo Spirito della verità” – è costitutivo della nostra fede: “Nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire: Gesù è anàtema!; e nessuno può dire: Gesù è Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (Epist.). (Romeo Maggioni)

“Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14). Come si fa a sapere che si è guidati dallo Spirito? Basta verificarne i frutti. “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Vi è anche la controprova: “La carne ha desideri contrari allo Spirito. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere” (Gal 5,17.19-21).

Gesù prosegue: “lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (v.17).
A differenza dei nostri fratelli ortodossi (che nella loro riflessione teologica e spirituale danno molto più spazio allo Spirito), noi cattolici forse siamo poco consapevoli e poco coscienti della portata di questo versetto giovanneo. Noi abbiamo qualcosa che i non cristiani e i non credenti (il “mondo”) non conoscono e non hanno: lo Spirito Santo! Lo Spirito è in mezzo a noi, è in ciascuno di noi, è con noi, così come Gesù era con i suoi discepoli. La sua venuta si attua in una presenza fisica; non lo si vede, ma sappiamo che c’è e rimane sempre e vive in ciascuno di noi senza limiti di tempo e di spazio.
Forse noi cattolici non ci pensiamo abbastanza; eppure quante riprove avremmo di questa presenza fattiva dello Spirito, se solo fossimo più capaci di attenzione!
Non succede forse che talvolta una situazione negativa intricata e apparentemente senza via d’uscita all’improvviso si sblocca, mostrandoci una soluzione? “E’ stato il caso!” dice l’agnostico; ma il credente vi scorge l’azione dello Spirito sostenitore e intercessore.
E non capita anche che ci gettiamo in un nuovo impegno di solidarietà, spinti da qualcosa che non sappiamo ben definire, ma che è più forte di noi? E’ lo Spirito esortatore che agisce dentro di noi.  (Ileana Mortari)

Come portatore di verità, insegnando e facendo ricordare ciò che Gesù ha detto (Gv 14,26), condurrà i discepoli verso la verità completa (Gv 16,13). Infatti alla Comunità cristiana, che Gesù lascia, resta il preziosissimo compito di sviluppare la missione iniziata da Gesù nel mondo. E’ perciò fondamentale che si rafforzi con chiarezza la fede della Chiesa e di ciascuno nella Chiesa.
Il mondo non vede e non conosce: non ha capacità di comunione ma Gesù tiene fortemente al mondo.
Nel Vangelo di Giovanni “mondo” ha 3 significati diversi: 1) mondo è l’ambiente in cui opera l’uomo = la terra. 2) indica l’umanità che Dio ama (Gv 3,16: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio”). 3) indica una realtà in mano al maligno: il “principe di questo mondo” (Gv12, 31) che si oppone a Gesù, ma Gesù lo vince (“Io ho vinto il mondo”: Gv 16,33).
Il cristiano, in tutti i tempi, diventa luogo di incontro, dimora del Dio trinitario poiché la pienezza di Dio si apre nel cuore del credente che si trasforma nella tenda stessa di Dio: “Se uno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a Lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
La Pentecoste è come una grande garanzia che Gesù ci lascia: nello Spirito resta con noi. Il Dio trinitario cammina nel tempo, trasforma con noi il mondo, ci irrobustisce e ci aiuta a scoprire i suoi segni, le sue tracce nella storia. Gli avvenimenti degli ultimi 50 anni ne sono un esempio bellissimo, tutto da riscoprire. (Raffello Ciccone)

 

 

 

Rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. (Gv 14, 23-24)

C’è un tale rapporto tra Gesù e il Padre Suo che se ami Lui e come se amassi anche il Padre. E questo intreccio d’amore, di Dio verso di noi e di noi verso di Lui, semplicemente lo dice, lo manifesta in pienezza. Anche la liturgia del Giovedì santo ci fa cantare questa manifestazione totale dell’amore: dov’è carità e amore lì c’è Dio (Ubi caritas et amor, Deus ibi est). Gesù, amandoci “sino alla fine” (Gv 13,1), in totale dono di Sé, ci ha manifestato in pienezza il volto di Dio. Avviando una scia d’amore che fa sì che, quando anche noi ci amiamo come Lui ci ha insegnato, è il volto di Dio che continua a risplendere. […]
Perché è Dio stesso che è fatto così. È amore che si esprime così, senza barriere, senza confini. Come l’evangelista Giovanni ancora dice: “perché l’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8). Un amore non statico, ma in continuo movimento. Continuamente in uscita. In continuo superamento di Sé. È il nostro Dio che è fatto così: il Padre è andato oltre Sé anzitutto creando il mondo; ed è uscito da Sé, facendoSi uomo nel Figlio; sino a riempire di Sé la terra intera come Spirito d’amore. Quasi non bastasse a se stesso. Quasi avesse bisogno di prendere casa da noi, come dice il Vangelo di oggi: “e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. (Walter Magni)

Oggi ci sentiamo parlare di ‘novità’, di quei ‘comandamenti’ di cui ha fatto cenno diverse volte e che anche noi abbiamo ascoltato infinite volte, senza che cambiasse qualcosa di effettivo in noi.
“Se mi amate”, “chi mi ama”, “se uno mi ama”; ma certo, Signore che ti amiamo, almeno vorremmo amarti davvero; ma tu ci dici le solite cose: osservare la tua parola, ricondurla al Padre, faremo dimora in lui…….
E’ vero, Signore, quante volte abbiamo sentito e sentiamo queste parole, ma le lasciamo scivolare nel nostro cuore come se fossero scontate, come se ormai sapessimo già che cosa vogliono dire. E’ invece proprio sull’esperienza dell’amore che noi continuiamo a balbettare, a sorvolare, perché l’amore vero spaventa: è totale.
Qui Gesù ci sta chiedendo di rimetterci completamente a Lui, di uscire da noi stessi, o meglio di rientrarvi, ma così a fondo, da renderci conto di essere “una cosa sola” con Lui.
Ma davvero siamo convinti di essere “una cosa sola” con il Signore? Che non c’è paradossalmente più bisogno di ascoltare la sua parola, perché siamo un tutt’uno?
Gesù continua a chiederci di amarlo e che questo vuol dire rintracciare la sua presenza e la sua parola in tutti coloro che incontriamo e incrociamo.  (Raffaello Ciccone)

Il Pellegrinaggio di Papa Francesco a Fatima nel centenario della prima apparizione della Madonna.

Ecco alcuni brani sparsi dei vari interventi di Papa Francesco a Fatima:

«Ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto – ha aggiunto -. In Lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti».
 «L’unica possibilità di esaltazione che ho è questa: che la Tua Madre mi prenda in braccio, mi copra con il suo mantello e mi collochi accanto al Tuo Cuore». Perché Maria ci porta e ci affida a Cristo.
Il Papa ha voluto rivolgere alcune parole particolari agli ammalati: «Cari malati, vivete la vostra vita come un dono e dite alla Madonna, come i Pastorelli, che vi volete offrire a Dio con tutto il cuore. Non ritenetevi soltanto destinatari di solidarietà caritativa, ma sentitevi partecipi a pieno titolo della vita e della missione della Chiesa. La vostra presenza silenziosa ma più eloquente di molte parole, la vostra preghiera, l’offerta quotidiana delle vostre sofferenze in unione con quelle di Gesù crocifisso per la salvezza del mondo, l’accettazione paziente e persino gioiosa della vostra condizione sono una risorsa spirituale, un patrimonio per ogni comunità cristiana.

“quel manto di luce” ha avvolto i tre pastorelli, perché – dice papa Francesco – “Fatima è soprattutto questo manto di Luce che ci copre, qui come in qualsiasi altro luogo della Terra quando ci rifugiamo sotto la protezione della Vergine”.
Una Madre a cui possiamo “aggrapparci” perché così “viviamo della speranza che poggia su Gesù”. Una speranza di cui “il Portogallo è ricco, ma che ha esteso sopra i quattro angoli della Terra”. E “come esempi abbiamo davanti agli occhi san Francesco Marta e santa Giacinta Marto, che la Vergine Maria ha introdotto nel mare immenso della Luce di Dio portandoli ad adorarlo. Da ciò veniva loro la forza per superare le contrarietà e le sofferenze” che dopo quelle apparizioni non sono mancate.

Carissimi fratelli, preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio”.
“Non vogliamo essere una speranza abortita. La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita”
“Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”.

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. (Gv 10, 14-16)

La quarta domenica di Pasqua viene detta “del buon pastore”, perché nel ciclo liturgico triennale si legge ogni anno (e due volte nel ciclo ambrosiano) una pericope del cap.10 di Giovanni, tutto imperniato su tale tema, e ambientato durante la festa della Dedicazione del Tempio.
Il brano odierno inizia con l’affermazione di Gesù: “Io sono il buon pastore”, una delle grandi autorivelazioni Cristologiche (come “Io sono il pane di vita”, “Io sono la luce del mondo”, “Io sono la vera vite”, “Io sono la via, la verità e la vita”), che Gesù pronuncia in occasione delle solenni feste giudaiche e che scandiscono il percorso del quarto vangelo. Per capire il senso di questa espressione, occorre dire che la traduzione letterale di essa è il “bel” (greco kalòs) pastore, cioè il pastore ideale: colui che realizza in pieno la missione ideale del pastore. Dunque si tratta del “vero”, “perfetto” pastore. Ora, che cosa significa che Gesù è questo “pastore ideale”?

L’autorivelazione si arricchisce poi di altri due elementi che non erano presenti nelle antiche profezie, segno questo che solo in Gesù c’è stata la pienezza e la totalità della Rivelazione: la conoscenza delle pecore e l’offerta della vita per esse.
“Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (vv.14-15). Il verbo “conoscere” nella Bibbia ha un significato più ampio del “conoscere” di tipo razionale e intellettuale, come lo si intende comunemente; dice intimità, confidenza reciproca, comunione, totale apertura e trasparenza. E qui si va anche ben oltre il paragone del pastore, perché il fondamento e il modello di tale “conoscere” è “come il Padre conosce me e io conosco il Padre”: è il livello più profondo di conoscenza e comprensione, quello che ogni uomo e ogni donna vorrebbe avere e che non si trova neppure nei più intensi affetti familiari. Gesù garantisce a ognuno questa profonda conoscenza e comprensione. (Ileana Mortari)

Pastore e gregge: forse non esiste immagine più appropriata per dire la presenza e l’azione del Risorto entro la comunità che vuol formare attorno a sé.
Lui, col suo amore che dà la vita, è la radice e il vincolo che tiene unita la Chiesa, “sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).
Al tempo stesso l’articola come un organismo multiforme perché nel reciproco servizio sia valorizzato ogni individuo quale membro fecondo di bene e corresponsabilità.

Proprio in questa domenica siamo chiamati a “pregare il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38), pastori e vocazioni religiose tutte consacrate a prolungare nel tempo il Regno di Cristo. […]
“Non c’è più distinzione tra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti” (Epist.). Per una umanità dilacerata e bisognosa di solidarietà e unità, non c’è che questo legame di fondo che è la fede in Cristo, “ricco con tutti quelli che lo invocano”. “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Per una umanità diffidente e delusa, non c’è altro rimedio che rivolgersi a Lui: “Chiunque crede in lui non sarà deluso” (Epist.).  (Romeo Maggioni)

Il buon pastore vive di un solo desiderio: che tutte le pecore che il Padre gli ha donato vengano raccolte e condotte nel suo unico ovile. Quest’opera non la potrà fare Lui direttamente. La dovranno fare i suoi discepoli. Loro lo ameranno se andranno per il mondo e chiameranno le sue pecore perché si lascino fare da Cristo suo gregge. È questa la volontà del Padre: che vi sia un solo gregge e un solo pastore. Faranno questo se loro ameranno Cristo allo stesso modo in cui sono amati da Gesù. Tutto è dall’amore: del Padre per il Figlio, del Figlio per i discepoli, dei discepoli per il Maestro. (Movimento apostolico)

Ecco: vivere la Pasqua, credere nel Vivente qui ed ora, richiede di riconoscere la voce del pastore e di tutte le pecore, perché ci possa essere un ovile simile all’Eden, dove appunto tutti si conoscono, si comprendono e si amano.
Ma per noi che cosa vuol dire riconoscere la voce del pastore, in mezzo ai rumori dilatati delle piazze e delle chiese?
Credo che si debba ripartire dalla Galilea degli alfabeti, là dove si cominciano a recuperare i suoni fondanti le parole, l’uso sapiente di esse, il valore che esse assumono nello spessore del silenzio, il senso che porta a conoscere e riconoscere.
Davvero crediamo di riconoscere la voce di Gesù e di sapere che tipo di rapporto vuole stabilire con ciascuno di noi? (Raffaello Ciccone)

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