Incontro di quaresima
Domenica 19 marzo secondo incontro di Quaresima in preparazione alla S. Pasqua. don ADALBERTO PIOVANO, ex priore del monastero di… ∞
Primo incontro di quaresima
Domenica 12 marzo sono iniziati la serie di tre incontri di quaresima in preparazione alla S. Pasqua. Ecco il programma:… ∞
misericordiosi come il Padre
Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite… ∞
CORSO FIDANZATI
Venerdì 14 ottobre inizierà, nella nostra chiesa S. Maria alla fonte (Chiesa Rossa), il corso di preparazione al matrimonio. Quello… ∞

Rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. (Gv 14, 23-24)

C’è un tale rapporto tra Gesù e il Padre Suo che se ami Lui e come se amassi anche il Padre. E questo intreccio d’amore, di Dio verso di noi e di noi verso di Lui, semplicemente lo dice, lo manifesta in pienezza. Anche la liturgia del Giovedì santo ci fa cantare questa manifestazione totale dell’amore: dov’è carità e amore lì c’è Dio (Ubi caritas et amor, Deus ibi est). Gesù, amandoci “sino alla fine” (Gv 13,1), in totale dono di Sé, ci ha manifestato in pienezza il volto di Dio. Avviando una scia d’amore che fa sì che, quando anche noi ci amiamo come Lui ci ha insegnato, è il volto di Dio che continua a risplendere. […]
Perché è Dio stesso che è fatto così. È amore che si esprime così, senza barriere, senza confini. Come l’evangelista Giovanni ancora dice: “perché l’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8). Un amore non statico, ma in continuo movimento. Continuamente in uscita. In continuo superamento di Sé. È il nostro Dio che è fatto così: il Padre è andato oltre Sé anzitutto creando il mondo; ed è uscito da Sé, facendoSi uomo nel Figlio; sino a riempire di Sé la terra intera come Spirito d’amore. Quasi non bastasse a se stesso. Quasi avesse bisogno di prendere casa da noi, come dice il Vangelo di oggi: “e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. (Walter Magni)

Oggi ci sentiamo parlare di ‘novità’, di quei ‘comandamenti’ di cui ha fatto cenno diverse volte e che anche noi abbiamo ascoltato infinite volte, senza che cambiasse qualcosa di effettivo in noi.
“Se mi amate”, “chi mi ama”, “se uno mi ama”; ma certo, Signore che ti amiamo, almeno vorremmo amarti davvero; ma tu ci dici le solite cose: osservare la tua parola, ricondurla al Padre, faremo dimora in lui…….
E’ vero, Signore, quante volte abbiamo sentito e sentiamo queste parole, ma le lasciamo scivolare nel nostro cuore come se fossero scontate, come se ormai sapessimo già che cosa vogliono dire. E’ invece proprio sull’esperienza dell’amore che noi continuiamo a balbettare, a sorvolare, perché l’amore vero spaventa: è totale.
Qui Gesù ci sta chiedendo di rimetterci completamente a Lui, di uscire da noi stessi, o meglio di rientrarvi, ma così a fondo, da renderci conto di essere “una cosa sola” con Lui.
Ma davvero siamo convinti di essere “una cosa sola” con il Signore? Che non c’è paradossalmente più bisogno di ascoltare la sua parola, perché siamo un tutt’uno?
Gesù continua a chiederci di amarlo e che questo vuol dire rintracciare la sua presenza e la sua parola in tutti coloro che incontriamo e incrociamo.  (Raffaello Ciccone)

Il Pellegrinaggio di Papa Francesco a Fatima nel centenario della prima apparizione della Madonna.

Ecco alcuni brani sparsi dei vari interventi di Papa Francesco a Fatima:

«Ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto – ha aggiunto -. In Lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti».
 «L’unica possibilità di esaltazione che ho è questa: che la Tua Madre mi prenda in braccio, mi copra con il suo mantello e mi collochi accanto al Tuo Cuore». Perché Maria ci porta e ci affida a Cristo.
Il Papa ha voluto rivolgere alcune parole particolari agli ammalati: «Cari malati, vivete la vostra vita come un dono e dite alla Madonna, come i Pastorelli, che vi volete offrire a Dio con tutto il cuore. Non ritenetevi soltanto destinatari di solidarietà caritativa, ma sentitevi partecipi a pieno titolo della vita e della missione della Chiesa. La vostra presenza silenziosa ma più eloquente di molte parole, la vostra preghiera, l’offerta quotidiana delle vostre sofferenze in unione con quelle di Gesù crocifisso per la salvezza del mondo, l’accettazione paziente e persino gioiosa della vostra condizione sono una risorsa spirituale, un patrimonio per ogni comunità cristiana.

“quel manto di luce” ha avvolto i tre pastorelli, perché – dice papa Francesco – “Fatima è soprattutto questo manto di Luce che ci copre, qui come in qualsiasi altro luogo della Terra quando ci rifugiamo sotto la protezione della Vergine”.
Una Madre a cui possiamo “aggrapparci” perché così “viviamo della speranza che poggia su Gesù”. Una speranza di cui “il Portogallo è ricco, ma che ha esteso sopra i quattro angoli della Terra”. E “come esempi abbiamo davanti agli occhi san Francesco Marta e santa Giacinta Marto, che la Vergine Maria ha introdotto nel mare immenso della Luce di Dio portandoli ad adorarlo. Da ciò veniva loro la forza per superare le contrarietà e le sofferenze” che dopo quelle apparizioni non sono mancate.

Carissimi fratelli, preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio”.
“Non vogliamo essere una speranza abortita. La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita”
“Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore”.

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. (Gv 10, 14-16)

La quarta domenica di Pasqua viene detta “del buon pastore”, perché nel ciclo liturgico triennale si legge ogni anno (e due volte nel ciclo ambrosiano) una pericope del cap.10 di Giovanni, tutto imperniato su tale tema, e ambientato durante la festa della Dedicazione del Tempio.
Il brano odierno inizia con l’affermazione di Gesù: “Io sono il buon pastore”, una delle grandi autorivelazioni Cristologiche (come “Io sono il pane di vita”, “Io sono la luce del mondo”, “Io sono la vera vite”, “Io sono la via, la verità e la vita”), che Gesù pronuncia in occasione delle solenni feste giudaiche e che scandiscono il percorso del quarto vangelo. Per capire il senso di questa espressione, occorre dire che la traduzione letterale di essa è il “bel” (greco kalòs) pastore, cioè il pastore ideale: colui che realizza in pieno la missione ideale del pastore. Dunque si tratta del “vero”, “perfetto” pastore. Ora, che cosa significa che Gesù è questo “pastore ideale”?

L’autorivelazione si arricchisce poi di altri due elementi che non erano presenti nelle antiche profezie, segno questo che solo in Gesù c’è stata la pienezza e la totalità della Rivelazione: la conoscenza delle pecore e l’offerta della vita per esse.
“Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre” (vv.14-15). Il verbo “conoscere” nella Bibbia ha un significato più ampio del “conoscere” di tipo razionale e intellettuale, come lo si intende comunemente; dice intimità, confidenza reciproca, comunione, totale apertura e trasparenza. E qui si va anche ben oltre il paragone del pastore, perché il fondamento e il modello di tale “conoscere” è “come il Padre conosce me e io conosco il Padre”: è il livello più profondo di conoscenza e comprensione, quello che ogni uomo e ogni donna vorrebbe avere e che non si trova neppure nei più intensi affetti familiari. Gesù garantisce a ognuno questa profonda conoscenza e comprensione. (Ileana Mortari)

Pastore e gregge: forse non esiste immagine più appropriata per dire la presenza e l’azione del Risorto entro la comunità che vuol formare attorno a sé.
Lui, col suo amore che dà la vita, è la radice e il vincolo che tiene unita la Chiesa, “sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).
Al tempo stesso l’articola come un organismo multiforme perché nel reciproco servizio sia valorizzato ogni individuo quale membro fecondo di bene e corresponsabilità.

Proprio in questa domenica siamo chiamati a “pregare il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38), pastori e vocazioni religiose tutte consacrate a prolungare nel tempo il Regno di Cristo. […]
“Non c’è più distinzione tra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti” (Epist.). Per una umanità dilacerata e bisognosa di solidarietà e unità, non c’è che questo legame di fondo che è la fede in Cristo, “ricco con tutti quelli che lo invocano”. “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Per una umanità diffidente e delusa, non c’è altro rimedio che rivolgersi a Lui: “Chiunque crede in lui non sarà deluso” (Epist.).  (Romeo Maggioni)

Il buon pastore vive di un solo desiderio: che tutte le pecore che il Padre gli ha donato vengano raccolte e condotte nel suo unico ovile. Quest’opera non la potrà fare Lui direttamente. La dovranno fare i suoi discepoli. Loro lo ameranno se andranno per il mondo e chiameranno le sue pecore perché si lascino fare da Cristo suo gregge. È questa la volontà del Padre: che vi sia un solo gregge e un solo pastore. Faranno questo se loro ameranno Cristo allo stesso modo in cui sono amati da Gesù. Tutto è dall’amore: del Padre per il Figlio, del Figlio per i discepoli, dei discepoli per il Maestro. (Movimento apostolico)

Ecco: vivere la Pasqua, credere nel Vivente qui ed ora, richiede di riconoscere la voce del pastore e di tutte le pecore, perché ci possa essere un ovile simile all’Eden, dove appunto tutti si conoscono, si comprendono e si amano.
Ma per noi che cosa vuol dire riconoscere la voce del pastore, in mezzo ai rumori dilatati delle piazze e delle chiese?
Credo che si debba ripartire dalla Galilea degli alfabeti, là dove si cominciano a recuperare i suoni fondanti le parole, l’uso sapiente di esse, il valore che esse assumono nello spessore del silenzio, il senso che porta a conoscere e riconoscere.
Davvero crediamo di riconoscere la voce di Gesù e di sapere che tipo di rapporto vuole stabilire con ciascuno di noi? (Raffaello Ciccone)

Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 
32Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. (Gv 1, 29-32)

 

 

Giovanni Battista, finalmente, è la figura che da secoli il popolo d’Israele sperava d’incontrare e viene immediatamente accettato come profeta. Tuttavia sorgono attorno a lui molti interrogativi. Ci si augura un grande cambiamento e addirittura si ipotizza che possa essere il Messia. Ad una delegazione che pone a lui espressamente la domanda, Giovanni il Battista risponde: “Io non sono il Cristo, battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete” (1,19-28).

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L’elemento che Giovanni intravvede in Gesù è un elemento sconcertante, che nessuno finora aveva applicato al Messia: Giovanni parla dell’immagine dell’agnello.
– il sangue dell’agnello, sugli stipiti delle porte, quando il popolo d’Israele fu liberato da Mosé, salvò dall’eccidio dell’angelo sterminatore i primogeniti,
– l’agnello che veniva ucciso nel tempio, ogni giorno, mattino e sera, allontanava le forze del male, esprimendo la propria espiazione di popolo peccatore e fedele,
– l’agnello “condotto al macello prende su di sé i peccati del mondo” come ricorda Isaia (53,7-12). (Raffaello Ciccone)

Quella di Gesù fu l’obbedienza che riparò la disobbedienza del primo Adamo, offrendosi come vittima di espiazione a nome nostro per ottenerci la riconciliazione col Padre. “Mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio, purificando la nostra coscienza dalle opere di morte. Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova” (Epist.). La sua fu una obbedienza onerosa ma efficace, vissuta come uomo totalmente fiducioso di Dio: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9). Il Signore vuole il cuore, non il rito esterno. “Entrando nel mondo Cristo dice: Tu non ha voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7).

Questo sacrificio è ora ciò che ci santifica, non tanto nostre opere di purificazione e pentimento. “Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre” (Eb 10,10). Solo la partecipazione al suo sacrificio può rendere anche ognuno di Dio sacrificio gradito a Dio: “Per mezzo di lui dunque offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Eb 13,15). Ora è lui il sacerdote definitivo che esercita per noi alla destra del Padre: “Egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta; perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore” (Eb 7,24-25). (Romeo Maggioni)

Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». (Gv 20, 26-29)

Le porte chiuse del Cenacolo sono un segno importante. Gesù risorto arriva la sera del giorno di Pasqua “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”. E le porte sono sbarrate anche “otto giorni dopo”, mentre “i discepoli erano di nuovo in casa”. Nonostante gli Undici avessero già incontrato Gesù risorto, ricevendo in dono da Lui lo Spirito Santo e questo li avesse riempiti di gioia. C’è una resistenza da parte dei discepoli nei confronti del Signore risorto, una persistenza della fatica ad arrendersi a Lui, a questa Sua nuova condizione di vita, che chiede d’essere chiarita. Quando ci lamentiamo degli insuccessi della nostra fede non possiamo dimenticare che anche i discepoli del Signore hanno sperimentato la crisi. Hanno provato la voglia di andarsene. Come quei due che se ne vanno delusi da Gerusalemme (Lc 24); o come Pietro che con qualche altro discepolo, ritorna a fare il pescatore al suo paese, in attesa di nuovi eventi (Gv 21). (Walter Magni)

I discepoli sono impauriti, smarriti, non sanno più che pensare degli ultimi fatti accaduti: come credere a delle donne? o ad altri che affermano di aver fatto un tratto di strada addirittura con Gesù che non hanno subito riconosciuto? Che cosa si va dicendo? E la tomba vuota? E i Giudei che vanno raccontando falsità?
E loro sono lì che si guardano; e ciascuno ha un suo rimorso nei confronti di Gesù: in fondo tutti lo hanno piantato in asso! C’è chi lo ha tradito, chi lo ha rinnegato, chi si è nascosto: nessuno la ha difeso o gli è stato vicino per confortarlo. Addirittura in un momento cruciale si sono addormentati. Si salva forse qualche donna, ma, si sa, le donne sono emotive.
E guardandosi reciprocamente ciascuno scopre la sua viltà, il suo tradimento, la sua pochezza, la sua angusta e pusillanime amicizia.
Ed ecco: GESU’ si fermò in piedi in mezzo a loro e, mostrandosi vivo nella concretezza di mani e fianco ferito, pronuncia parole di pace: via, via i turbamenti, le recriminazioni, il piangere su stessi. PACE. E subito il RESPIRO, cioè la sua vita: d’ora in poi respireranno lo Spirito, respireranno la sua vita.
Per questo è possibile il PERDONO. Che è perdono prima di tutto fra di loro: è un riaccogliersi senza diffidenze e senza sospetti, è un ritrovare le radici di un’amicizia nella propria comune fragilità, nell’accettare di non essere all’altezza degli ideali e di accogliere come dono e come gratitudine la stima riaccesa, la fiducia ricomposta e rinnovata.
Per questo il perdono è affidato alla comunità cristiana (il testo di Giovanni va molto oltre l’istituzione di un sacramento!), all’interno della quale va vissuta e praticata ogni riconciliazione come realtà trasfigurata dalla resurrezione, cioè dalla vita che vince la morte. (Raffaello Ciccone)

La seconda apparizione di Gesù, sempre nel giorno della domenica (della settimana successiva) e con le stesse modalità, pare proprio venire incontro alla richiesta di Tommaso; è Gesù stesso che riecheggia le parole e le condizioni poste, per credere, dal discepolo scettico. In questo ritroviamo un tratto tipico del Nazareno: saper entrare in dialogo profondo con ogni persona, saperla capire e accogliere per quella che è, andandole incontro fin là dove è possibile il dialogo vero.
Ora, è proprio questo che ha fatto scattare la molla nel discepolo “incredulo”: di fronte alla sconfinata condiscendenza e comprensione di Gesù, egli capisce che non aveva senso pretendere di porre delle condizioni e addirittura stabilire le modalità del riconoscimento; probabilmente avrà anche provato vergogna per la sua meschinità di fronte alla incredibile magnanimità di Gesù!
E così, di colpo, senza più aver bisogno di “constatare” personalmente e sensibilmente alcunché, arriva a pronunciare la più alta, profonda e solenne professione di fede del vangelo, connotata oltretutto da una sfumatura di intimità personale: “Mio Signore e mio Dio!” (v.28).
Ancora una volta, come sempre negli episodi di apparizione, è solo ed esclusivamente l’iniziativa di Gesù che rende possibile, al di là di tutti i nostri calcoli e tentativi, l’incontro con Lui; non solo per i suoi contemporanei, ma in ogni tempo, come ci assicura Egli stesso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno!” (v.29)
Ma allora Tommaso non può più essere considerato l’emblema dell’incredulità; semmai è il rappresentante di tutti coloro che, mossi da ostinata ricerca della Verità, pur conoscendo le inquietudini dell’esitazione e del dubbio, giungono a quella straordinaria esperienza che è l’incontro con il Vivente. (Ileana Mortari)

Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»». Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto. (Gv 20, 16-18)

Tutti i Vangeli attestano che nessuno ha visto risorgere Gesù, l’atto, il momento della Sua resurrezione. Contrariamente alla fantasia di certi pittori del passato, che hanno immaginato Gesù uscire trionfante dal sepolcro, con in mano il vessillo della vittoria. Non l’ha visto Maria di Magdala. Piuttosto, ha avuto la grazia di poter udire la Sua voce. Quel timbro inconfondibile che ancora la chiamava per nome: “Mariàm”. Lei si volta e Lo riconosce. Non l’ha visto risorgere neppure Giovanni, il discepolo amato. Appena Maria l’avverte, con Simon Pietro corre al sepolcro. Al momento non sa che fare, poi entra e vede il sudario, le bende ripiegate. Poche reliquie del Suo Maestro e il vangelo dice che “vide e credette”. Tutti i racconti della resurrezione registrano semplicemente la gioia incontenibile di una relazione ritrovata con Gesù. Anche a noi della Sua resurrezione non restano che poche cose. Quasi non ci restasse, per annunciare la Sua resurrezione, che qualche parola, un canto, forse semplicemente un halleluja. Non ci è chiesto chissà cosa a Pasqua per dire che Gesù è risorto. Semplicemente l’esercizio di un amore che sa andare oltre. (Walter Magni)

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La resurrezione di Cristo è l’inaugurazione d’un ordine nuovo e universale; un’energia nuova è infusa nella creazione.
Dall’alba di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi discepoli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna. “La risurrezione del Signore è la nostra speranza” diceva Agostino.
La morte non ha l’ultima parola, perché a trionfare alla fine è la Vita. Occorre essere attenti perché questa nostra certezza non si fonda su semplici ragionamenti umani, ma si basano su uno storico dato di fede: Gesù Cristo, crocifisso e sepolto, è risorto con il suo corpo glorioso. La sua risurrezione riguarda anche noi perché credendo in Lui, possiamo avere la vita eterna. (Michele Cerutti)

Precisiamo bene che cosa è il destino di risurrezione e di vita che Cristo ci garantisce. Non si tratta di una vivificazione, cioè di ritornare ad una vita come prima, come ad esempio è capitato a Lazzaro. Né, come è nella credenza comune, solo di immortalità dell’anima, perché si parla di risurrezione del corpo, quindi di una vita ridataci nella integrità della persona, anima e corpo. Né una sopravvivenza nella forma della reincarnazione, come mode orientali suggeriscono, perché si tratta del nostro corpo. Si tratta invece di quanto in sostanza professiamo nel Credo: credo la risurrezione della carne. Questo corpo, cui siamo tanto attaccati, sarà “trasfigurato”, cioè ri-creato e reso eterno, come appunto è avvenuto per Cristo risorto. Al come sarà, risponde san Paolo: “Qualcuno dirà: come risorgono i morti? Con quale corpo verranno? Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Così anche la risurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza” (1Cor 15,35-43). (Romeo Maggioni)

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