misericordiosi come il Padre
Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite… ∞
CORSO FIDANZATI
Venerdì 14 ottobre inizierà, nella nostra chiesa S. Maria alla fonte (Chiesa Rossa), il corso di preparazione al matrimonio. Quello… ∞

Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». (Gv 8, 6-11)

“…poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: ‘Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei'”. Gesù non solo solleva lo sguardo, ma si alza per proclamare una sentenza che forse avrebbe potuto scalfire il cuore arido dei Suoi interlocutori. Un atto che chiede forza, perché le difese che ci portiamo dentro sono davvero molte complesse. Ci è dato così di comprendere meglio quel passo del discorso del Monte, quando Gesù afferma: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati” (Mt 7,1-2). Questo è l’epilogo: “udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”. Qualcuno ricorderà la risposta che papa Francesco diede a chi lo interrogava circa la questione di una lobby gay in Vaticano: “se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte” (29/07/2013, tornando dal Brasile). Non intendeva avviare un magistero incapace di giudizio, ma riaffermare la dottrina evangelica dell’accoglienza e della non discriminazione propria del cuore di Dio, che precede il giudizio. (Walter Magni)

Qui ritroviamo alcuni capisaldi della novità del messaggio di Gesù. Anzitutto Egli opera una fondamentale distinzione, che sarebbe stata ripresa e divulgata da S. Agostino: quella tra peccato e peccatore, che invece per l’antica Legge erano un tutt’uno.
In secondo luogo Egli supera un’errata distinzione che ai tempi andava per la maggiore: quella tra “giusti” e “peccatori” per antonomasia. Nel giudaismo dell’epoca questa distinzione segnava la stessa società ebraica; è noto che certe categorie di lavoratori (i famosi “pubblicani”, ad esempio) erano di per sé esclusi dalla misericordia divina. Gesù invece viene a dirci: purtroppo tutti gli uomini sono capaci di fare il male e di fatto lo compiono, sia pure a diversi livelli e con differenti gradi di gravità. Ma, proprio perché il peccato è generalizzato, Gesù è venuto per salvare tutti, proprio tutti, da questo nefasto influsso del Maligno.

Gesù è venuto a donare il perdono di Dio. Che cosa significa il “perdono di Dio”? non certo che il peccato venga cancellato bellamente, a buon mercato, lasciando intatta la natura “peccatrice” del soggetto. No, perché Gesù vuole chiaramente che ognuno prenda coscienza del “suo” peccato e del suo “essere peccatore”. Lo si vede molto bene dalla pagina che stiamo esaminando: “Quelli, udito ciò [chi di voi è senza peccato……], se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani” (v.9) (Ileana Mortari)

“Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Una parola fulminante, che ha cambiato completamente la situazione. “Tutti hanno peccato – dice Paolo – e sono privi della gloria di Dio” (Rm 3,23). La coscienza di essere peccatori e bisognosi che Dio chiuda un occhio e due su di noi, ci rende meno giudici implacabili nei confronti degli altri. Nessuno arriva mai a corrispondere pienamente al dono di Dio: in questo consiste il nostro sentirci sempre peccatori, e quindi invocare il suo perdono: “Noi abbiamo peccato, siamo stati empi, siamo stati ingiusti, Signore, nostro Dio, verso i tuoi comandamenti. Allontana da noi la tua collera” (Lett.). Ad ogni incontro con Dio la Chiesa ci invita all’atto penitenziale e, soprattutto, caldeggia il sacramento della Riconciliazione, dove il perdono di Dio è esplicito e rassicurante, perché tiene la garanzia di un suo mandato: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23).

Quel perdono di Dio ha un fondamento nel gesto riconciliatore di Cristo: lui “è l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29). La nostra vita ha potuto cambiare grazie proprio alla redenzione di Cristo: “Quando infatti eravamo nella debolezza della carne, le passioni peccaminose si scatenavano nelle nostre membra al fine di portare frutti per la morte. Ora invece, morti a ciò che ci teneva prigionieri, siamo stati liberati per servire secondo lo Spirito, che è nuovo” (Epist.). Certamente si richiede pentimento, ma l’efficacia della rinnovata comunione con Dio è frutto della sua grazia e del sacramento.
Se non causa, certo verifica del nostro ritorno a Dio è prolungare la sua gratuita misericordia ai nostri fratelli. “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12), ci ha insegnato a pregare Gesù. “Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli, perdonerà anche a voi” (Romeo Maggioni)

 

Ed egli rispose loro: «Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale ben più di una pecora! Perciò è lecito in giorno di sabato fare del bene». E disse all’uomo: «Tendi la tua mano». Egli la tese e quella ritornò sana come l’altra.  Allora i farisei uscirono e tennero consiglio contro di lui per farlo morire. (Mt 12, 11-14)

La risposta di Gesù è diretta e completa. Soprattutto non ammette repliche. In gioco c’è la vita di un uomo: “Chi di voi, se possiede una pecora e questa, in giorno di sabato, cade in un fosso, non l’afferra e la tira fuori? Ora, un uomo vale ben più di una pecora! Perciò è lecito in giorno di sabato fare del bene”. La domanda pretestuosamente legale fatta dai farisei viene completamente ribaltata. La questione non è cosa è lecito fare o non fare, ma cosa comunque devi fare in giorno di sabato. Guardare all’uomo, metterlo al centro delle tue attenzioni e dei tuoi interessi più profondi. (Walter Magni)

Gesù afferma che neppure un’istituzione divina come quella del riposo sabbatico ha un valore assoluto; essa deve cedere il passo là dove vengono la necessità o la carità. Anzi pone una affermazione drammatica e terribile alle orecchie dei teologi d’Israele. Egli stesso ha il potere d’interpretare con autorità la Legge mosaica. Ha simile autorità come «Figlio dell’uomo», come capo del regno messianico (8,20). Incaricato di stabilire il tempo del perdono, egli rimette i peccati (9,6), inizia un mondo nuovo (“vino nuovo in otri nuovi” 9,17). Gesù proclama: «Qui c’è qualcosa più grande del tempio» (12,6). (Raffaello Cicone

la risposta di Gesù va inquadrata nel più ampio contesto del rapporto tra antica e nuova Legge, Antica e Nuova alleanza, un tema che sta molto a cuore a Matteo, impegnato a istruire una comunità di credenti provenienti dal giudaismo, che continuavano ad osservare il sabato come comandamento divino (cfr. Mt.24,20), ma nutrivano anche molti dubbi sulla minuziosa casistica giudaica.
Il nodo della questione è chiaramente affrontato e risolto in Matteo 5, 17: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”. (Ileana Mortari)

L’incarnazione è il cuore della nostra fede: un Dio che assume la nostra natura umana, tanto la stima, per esaltarla fino al destino divino. L’uomo è la passione di Dio: “Gloria Dei vivens homo – la soddisfazione di Dio è che l’uomo viva!”, dice sant’Ireneo. Dio anzi ha assunto la nostra vicenda umana, vivendola anche nei suoi risvolti non sempre esaltanti: Dio quindi sa quanto è difficile il mestiere di uomo! “Egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi”. Sa ben compatire e aiutare: “Accostiamoci con fiducia al trono della grazia” (Epist.). E’ questo mistero grandioso che fonda nella Chiesa il valore intoccabile della persona umana e pone il rispetto dell’uomo al di sopra di ogni valore e relazione. Il bene dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini è la formula che misura la bontà di ogni legge che regola la convivenza umana. (Romeo Maggioni)

 

Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». (Gv 4, 49-51)

Il racconto ha dei paralleli interessanti, collegati al primo segno: là c’è la richiesta di sua madre, Maria che ricorda la mancanza del vino, e quindi della gioia e della festa, qui c’è la richiesta di un padre per la vita del figlio. Verso tutti e due c’è una reazione contraria: sia verso la madre: ” Che cosa ci posso fare?”, sia verso il padre:” Voi cercate segni; se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Ma se ci si impegna nella fiducia e nella certezza della forza di Gesù, Gesù interviene e cambia il corso delle cose.
Se si obbedisce sulla parola: se i servi riempiono d’acqua le idrie, se il dignitario accetta di tornare a casa sulla parola di Gesù, allora il cambiamento avviene.
Situazioni diverse, reazioni insospettate che tuttavia si concludono con due atteggiamenti di comprensione e di misericordia. A dire il vero, il funzionario ha un suo schema mentale anche riguardo alla guarigione. Egli pensa che Gesù debba abbandonare il posto e debba seguirlo, debba incontrare questo ragazzo, debba toccarlo e guarirlo. Ma Gesù, di fronte alla prospettiva di dover organizzare una ritualità religiosa, si rifiuta. Egli imposta sulla parola e quindi sulla fede. Come a Cana, se si ha il coraggio di fidarsi e di credere, il mondo e Dio stringono il patto delle nozze-alleanze; qui con il funzionario il rapporto si gioca tra l’ubbidienza alla Parola e la vita. Noi vogliamo una ritualità religiosa con segni portentosi, una devozione fastosa, una dimostrazione di forza e di potenza. Gesù si ferma alla Parola, al valore di misericordia che la sua Parola garantisce: “Va, tuo figlio vive”. (Raffaello Ciccone)

Gesù non vuole che il segno, il prodigio, il miracolo venga separato dalla sua finalità che è una sola: creare la vera fede in Dio, aprire il cuore all’obbedienza alla Parola, portare lo spirito nel soprannaturale e nella trascendenza divina ed eterna. Anche l’amore per Gesù è segno, prodigio, miracolo che deve generare nei cuori la vera fede. Separare l’amore dal suo fine, è stoltezza, insipienza, idolatria. La carità che non conduce alla fede è opera di vera idolatria. Essa va sempre accompagnata dalla Parola della fede. (Movimento Apostolico)

Father and son on a pier relaxing together

La risposta che Egli dà al funzionario regio lascia trapelare l’amarezza del Nazareno per l’ottusità con cui i suoi interventi miracolosi vengono accolti: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete!”.
Ma l’amore paterno non demorde e il pagano, ignorando la considerazione del Maestro, torna alla carica insistendo: “Signore, scendi prima che il mio bambino muoia” (v.49)
A questo punto, ecco la novità. Gesù non può restare indifferente di fronte alla sofferenza e all’angoscia del padre; e poi, proprio per questo era venuto: sanare le piaghe dei malati, consolare gli afflitti. Ma nello stesso tempo vuole evitare il rischio che l’aveva spinto a dire le parole prima riportate sui prodigi. Così compie il miracolo, ma “a distanza”, chiedendo al funzionario di dargli un credito incondizionato e di affidarsi totalmente alla sua Parola: “Va, tuo figlio vive” (v.50 a).
“Gesù domanda a quest’uomo la fede nella sua parola. Era difficile, molto difficile. “Tuo figlio vive”; già, ma io non vedo niente, tu non vieni, non fai niente, come posso credere? Forse vuoi solo liberarti di me, non vuoi occuparti di questa cosa…..
E’ proprio questa la fede che Gesù attende da noi. Se aspettiamo, per credere, che Gesù appaia visibilmente, la nostra non sarà fede, sarà una semplice constatazione.
Quell’uomo ha avuto la forza di credere alla parola di Gesù: non è stato fatto niente, ma Gesù ha parlato; dunque deve essere vero e sulla sua parola io cambio il mio atteggiamento, non insisto più, me ne vado come se ciò fosse vero, credendo che è vero.” (Albert Vanhoye).
 […]Viene da chiedersi quale sia il miracolo più grande: la guarigione del ragazzo o la fede del funzionario?
Sì, perché questo è il vero miracolo della fede: credere senza nessun’altra garanzia, eccetto la Parola di Gesù. (Ileana Mortari)

Gesù oggi esce in un rimprovero: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”. Un richiamo per dire che forse la fede ha bisogno di uno stadio ulteriore. Altra volta Gesù ebbe a lamentarsi: “Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno se non il segno di Giona il profeta” (Mt 12,39). Segno più che convincente è la sua risurrezione. Su questa si deve basare una fiducia piena che sa credere a lui.. anche senza aver visto (cf. Gv 20,29). L’esempio è Gesù al Getsemani. Lì sembra toccare la disperazione davanti al silenzio di Dio: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!”. Ma ha la forza cieca di dire: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Per questo sì al Padre, Paolo chiama Gesù l’obbediente.., “facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8).
Per essere capaci di questa fede matura è necessaria la preghiera: “Entrato nella lotta, pregava più intensamente” (Lc 22,44). Allora “gli apparve un angelo dal cielo per confortarlo” (Lc 22,43). Cosa che ha più volte ripetuto di fronte alle nostre prove: “Pregate per non entrare in tentazione” (Lc 22,40). Quando la pelle brucia, noi siamo solo capaci di ribellarci: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). Ad ogni messa è appunto reso presente quell’atto di Gesù per venire a sostenere ogni giorno anche in noi quella volontà di abbandono fiducioso in Dio. (Romeo Maggioni)

A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,

perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,

preparata da te davanti a tutti i popoli:

luce per rivelarti alle genti

e gloria del tuo popolo, Israele». (Lc 2, 25-33)

Come è importante per le nostre famiglie camminare insieme e avere una stessa meta da raggiungere! Sappiamo che abbiamo un percorso comune da compiere; una strada dove incontriamo difficoltà ma anche momenti di gioia e di consolazione. In questo pellegrinaggio della vita condividiamo anche il momento della preghiera. Cosa può esserci di più bello per un papà e una mamma di benedire i propri figli all’inizio della giornata e alla sua conclusione. Tracciare sulla loro fronte il segno della croce come nel giorno del Battesimo. Non è forse questa la preghiera più semplice dei genitori nei confronti dei loro figli? Benedirli, cioè affidarli al Signore, come hanno fatto Elkana e Anna, Giuseppe e Maria, perché sia Lui la loro protezione e il sostegno nei vari momenti della giornata. Come è importante per la famiglia ritrovarsi anche in un breve momento di preghiera prima di prendere insieme i pasti, per ringraziare il Signore di questi doni, e per imparare a condividere quanto si è ricevuto con chi è maggiormente nel bisogno. Sono tutti piccoli gesti, che tuttavia esprimono il grande ruolo formativo che la famiglia possiede nel pellegrinaggio di tutti i giorni.

 

Il messaggio che proviene dalla Santa Famiglia è anzitutto un messaggio di fede. Nella vita familiare di Maria e Giuseppe Dio è veramente al centro, e lo è nella Persona di Gesù. Per questo la Famiglia di Nazaret è santa. Perché? Perché è centrata su Gesù. Quando genitori e figli respirano insieme questo clima di fede, possiedono un’energia che permette loro di affrontare prove anche difficili, come mostra l’esperienza della Santa Famiglia, ad esempio nell’evento drammatico della fuga in Egitto: una dura prova.

Il Bambino Gesù con sua Madre Maria e con san Giuseppe sono un’icona familiare semplice ma tanto luminosa. La luce che essa irradia è luce di misericordia e di salvezza per il mondo intero, luce di verità per ogni uomo, per la famiglia umana e per le singole famiglie. Questa luce che viene dalla Santa Famiglia ci incoraggia ad offrire calore umano in quelle situazioni familiari in cui, per vari motivi, manca la pace, manca l’armonia, manca il perdono. La nostra concreta solidarietà non venga meno specialmente nei confronti delle famiglie che stanno vivendo situazioni più difficili per le malattie, la mancanza di lavoro, le discriminazioni, la necessità di emigrare…(Papa Francesco)

L’individualismo è il vero nemico oggi della famiglia: cioè, che le persone oggi pensino di bastare a se stesse, come se il legame familiare fosse un nemico della propria libertà. E invece attraverso i legami tra le persone, la famiglia restituisce senso all’ esperienza della vita e restituisce solidarietà, legami significativi. E’ la prima risorsa. Infatti, le persone più in difficoltà sono quelle che non hanno legami familiari. Invece davanti anche a povertà, davanti a grandi shock, perdite di lavoro, ecc. se la famiglia tiene la persona è tenuta insieme. Quindi veramente la festa della Santa Famiglia è una grande occasione per ripensare alla famiglia e anche per rendersi conto che la famiglia è una grande risorsa di ogni società. Quindi l’assenza di politiche per la famiglia, l’indifferenza dei pubblici poteri, che spesso si nota di fronte alla famiglia, è una grave colpa, una grave mancanza: sostenere le famiglie significa investire sulla coesione, investire sulla solidarietà, tenere insieme il Paese. (Francesco Belletti, sociologo, direttore del Centro internazionale di studi sulla famiglia )

Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. (Lc 9, 14-17)

Altro “segno”, la moltiplicazione dei pani, premura di Dio per i bisogni del suo popolo, compassione di Gesù per la folla che lo seguiva nel deserto, lui “venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).
Un giorno disse: “Non preoccupatevi dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?.. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno” (Mt 6,31-32). Non mancano le risorse del creato per il nutrimento di tutti. Forse è la mala gestione che provoca fame e povertà!
Ma “non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt 4,4), per questo Gesù “prese a parlar loro del regno di Dio”, e poi ad alludere a un cibo di vita che avrebbe dato per sfamare il bisogno di immortalità che c’è nel profondo del cuore di ogni uomo. […]
Il riferimento all’Eucaristia è per dire che questo dono di Dio all’uomo è ormai permanente, tramite la Chiesa, alla quale Gesù diede l’ordine: “Fate questo in memoria di me!” (Lc 22,19). Anche oggi “le folle lo seguirono”, cercano Gesù, ed “egli le accolse”. E rinnova l’ordine: “Voi stessi date loro da mangiare”. Sta in questa premura del cuore di Cristo la sorgente della missione della Chiesa. La Chiesa non ha altri interessi sull’uomo se non quello di servirlo nel suo vero bisogno di significato e di verità, offrendogli quel pane venuto dal cielo che è Dio stesso. Non da sé, ma da Cristo la Chiesa attinge la propria ricchezza. Solo perché Cristo moltiplica i pani, gli apostoli li possono distribuire e sfamare la moltitudine. I preti sono intermediari di gesti che solo Cristo compie: sia nel consacrare l’Eucarestia, sia nel battezzare, sia nel perdonare i peccati. Il sacerdote agisce a nome di Cristo. (Romeo Maggioni)

A riguardo dell’Eucaristia, di discussioni ne abbiamo fatte tante e ancora ne faremo. Ma l’Eucaristia è un pane che va dato prima d’essere compreso. Che va accolto, preso tra le mani e intanto ti domandi: ma che cos’è? È un pane che ad un tempo ti sazia e ti inquieta. Come quando cantiamo: “il tuo popolo in cammino cerca in te la guida”. Sì, o Signore, a riguardo dell’Eucaristia noi siamo perennemente in cammino. Come quando decidiamo se fare o non fare quei pochi passi che ci separano dall’altare per fare la comunione. E ancora una volta ci è data la grazia di intuire che l’Eucaristia non è proprio una questione di tabernacolo. Di un pane racchiuso in una scatola dorata per la sua conservazione. L’Eucaristia è piuttosto qualcosa che sta sotto una tenda che ci accompagna, che segue i nostri passi nel deserto della vita. Nella nostra fame, nella nostra sete di misericordia e di perdono.
Non è difficile intuire che quello è un pane di compassione per i nostri peccati e non di discriminazione e di divisione. Come se la stessa liturgia eucaristica ci invitasse a prendere atto che il primo destinatario dell’Eucaristia non è un popolo santo e immacolato, ma una folla di gente carica di peccato e affamata di misericordia. Non ha più volte insistito Gesù nell’affermare: “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati?” (Mt 9,12). Perché l’Eucaristia non è un premio, ma un rimedio per la nostra fame. (Walter Magni)

L’episodio doveva essere molto eloquente circa l’identità di Gesù, che le sue opere accreditavano come “l’Inviato” per eccellenza da parte di Dio: Egli è davvero il nuovo Mosè, è il profeta atteso al compimento dei tempi messianici.
Nelle prime comunità cristiane il miracolo della moltiplicazione era già strettamente collegato alla celebrazione dell’Eucarestia: lo si capisce dal fatto che nel v.16 troviamo gli stessi tre verbi (benedisse – spezzò – diede) presenti nell’Ultima cena (Luca 22,19), nell’episodio dei discepoli di Emmaus (Luca 24) e in parte in Atti 2,46, che descrive la celebrazione eucaristica della primitiva comunità di Gerusalemme.
E’ chiara allora l’intenzione dell’evangelista nel mostrare che il miracolo della moltiplicazione dei pani prefigura l’altro, più grande, inimmaginabile “miracolo” che Dio avrebbe compiuto per il suo popolo: il dono di sé, della sua stessa vita, da parte di Gesù, e la permanenza di questo dono fino alla fine dei tempi. “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me” – dice Gesù ai Dodici – “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi.” (Luca 22,20). Gli apostoli, e quelli che saranno i loro successori, ricevono da Gesù l’altissimo mandato di rendere possibile, per i secoli a venire, il ripetersi di tale miracolo nella Chiesa. (Ileana Mortari)

Alla preoccupazione dei discepoli che risolvono suggerendo di congedare la folla, Gesù risponde: “Date voi stessi da mangiare” e questo lascia tutti sconcertati. Accennano ad una controproposta assurda: “Dobbiamo andare a comprare il pane per tutti?”. Essi pensano che ciascuno debba risolvere da solo le proprie necessità poiché non ci sono risorse sufficienti.
Gesù non ne fa un problema economico, ma un problema di presenza (Ci sono io) e un problema di condivisione (Date ciò che avete e troverete alla fine l’abbondanza). Gesù è l’ospite, quel giorno, che invita, attraverso i discepoli, e fa sedere; egli è colui che forma una comunità in cui non deve mancare la parola, la guarigione (la liberazione) e il cibo donato dal Signore per sfamarsi nel deserto (richiamo alla generosità e alla solidarietà).
Viene così suggerito il cammino di una pastorale cristiana: Parola di Dio, liberazione, celebrazione,
Eucaristia come dono e condivisione, comunione di vita abbondante. (Raffaello Ciccone)

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