La Misericordia di Lucilla Giagnoni
Un evento importante nella nostra chiesa per sottolineare l'apertura del anno straordinario di giubileo sulla DIVINA MISERICORDIA. Mercoledì 16 alle… ∞
Martini e noi
Un evento importante domani sera: giovedì 8 ottobre 2015 nella nostra chiesa alle ore 21 Viene presentato il libro curato… ∞

«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete». (Lc 13, 24-25)

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Gesù non risponde alla domanda, per far capire che il vero nocciolo della questione non sta lì e che il problema su cui interrogarsi è un altro; non deve importare a noi se si salvano in tanti o pochi, perché questo rientra nel mistero di Dio. Quello di cui ci dobbiamo preoccupare è ben altro, e cioè che la salvezza non è un fatto tranquillo e scontato per nessuno: né per chi allora osservava la Legge (gli ebrei), né per chi oggi si attiene a comandamenti e precetti della Chiesa (i cristiani); la salvezza non è automaticamente conferita per il solo fatto di appartenere al popolo di Dio.
Così da una domanda sugli “altri” (sono pochi o tanti “quelli” che si salvano?), il Maestro fa passare l’interlocutore a una domanda che riguarda invece proprio lui, di conseguenza ogni uomo, e dunque anche ciascuno di noi! Il Signore pertanto si rivolge a tutti con un chiaro imperativo: “Sforzatevi “voi” di entrare…”. Quindi: preoccupatevi della vostra situazione, del vostro impegno attuale, vedete di essere voi vigilanti. (Ileana Mortari)

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Porta stretta perché le esigenze della sequela non è roba spontanea: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segue” (Lc 9,23). La croce è il problema. Per Gesù la croce fu un atto di eroismo “cieco” quando disse: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). In qualche forma, ciò sarà esigito anche da ognuno di noi. Di fronte al dolore, di fronte a una disgrazia imprevista, di fronte alla morte.. non c’è altra ragione che tenga, se non una resa totale pieno di fiducia a quel Dio.. che sa lui cosa sia il meglio per noi! E prima di questo – almeno nella storia dei mistici – la porta stretta diviene una terribile purificazione, che solo un amore totale e la forza dello Spirito può sostenere! Abramo .. insegna (cf. Gen 22). (Romeo maggioni)

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Gesù non è venuto sulla nostra terra per svelarci gli arcani futuri e neanche per rispondere alle nostre domande inutili, vane, sciocche. Lui è stato mandato in mezzo a noi per parlarci della vita eterna, dire ad ognuno qual è la via per poterla raggiungere, quali sono gli ostacoli che si incontrano per la strada, dove si annidano i pericoli, quali sono le tentazioni che ci allontanano dalla nostra beatitudine eterna.
Oggi Gesù rivela una verità che è molto lontana dalla nostra mentalità mondanamente curiosa, oserei dire salottiera. È da passatempo, da salotto interrogarsi sul numero dei salvati, se pochi o assai. È invece risposta da vera salvezza quella che dona Gesù. Per entrare nel Regno dei cieli vi è una porta stretta e per attraversarla ognuno si deve sforzare, deve mettere un serio impegno, un convincimento non comune. Infatti molti cercheranno di entrare, ma non vi riusciranno. (Movimento apostolico)

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Luca sta riflettendo sulla sua comunità e sente che si sta irrigidendo poiché la vede stanca, sicura di sé, superficiale, supponente. Prende spunto, allora, da una domanda che uno sconosciuto ha rivolto a Gesù: “Sono pochi quelli che si salvano?” e cerca di aiutare a capire che l’incontro con Gesù suppone una convergenza sui progetti.
Egli non vuol rispondere a domande statistiche, a numeri, a curiosità di masse ed eserciti affiancati, ma vuole aprire seriamente il cuore alla salvezza.
Non si tratta di fare un conto sui tanti o sui pochi ma sul come ci si salva. Allora si profila all’orizzonte un verbo che indica continuità, impegno, pazienza, costanza: “Sforzatevi”: quanto ciascuno è disposto ad impegnarsi fino in fondo? Gesù sta camminando verso Gerusalemme, verso la sua morte e risurrezione. La salvezza si gioca sulle scelte di Gesù. Certamente c’è un banchetto di gioia a cui ciascuno è invitato, ma la porta è stretta. Le persone grandi e grosse, impettite e superbe, rigide e supponenti non riescono ad entrare perché bisogna farsi piccoli, contorcersi, insistere, magari sgomitare. (Raffaello Ciccone)

 

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Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. (Mt 5, 23-24)

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Non trovi scritto solo di non uccidere, ma anche di non insultare; non solo di non commettere adulterio, ma anche di non guardare in modo ambiguo e malizioso una donna; non solo di non spergiurare, ma di non giurare, perché non devi giocare con le parole per coprire la tua povertà e i tuoi limiti. Io sono venuto a svelare l’anima segreta, non impoverirla, non inaridirla, non immobilizzarla. Dunque: portala anche tu a compimento ogni giorno!”.
Così, tenendo sullo sfondo questa prospettiva, ci si accorge che il modo col quale Gesù intende attuare e completare l’interpretazione della Legge è quello di andare diritto al suo cuore, alla radice: “Avete inteso che fu detto agli antichi: ‘Non ucciderai’; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio”. (Walter Magni)

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Ecco la grande novità del messaggio evangelico: non occorre arrivare ai gesti più gravi per incorrere nel giudizio di Dio; è tutta la nostra vita in ogni momento della giornata che deve tener presente la Legge. Si risponde così alla facile e ancor oggi diffusa obiezione di chi dice: “Non ho rubato, non ho ammazzato nessuno, non ho tradito mia moglie; che peccati devo confessare?”
Non c’è più un livello minimo su cui confrontarsi (basta non aver ammazzato e si è “giusti”), ma occorre giungere alla radice di ogni rapporto interpersonale, quello del rispetto e soprattutto della comunione; così l’adirarsi è già in radice giudicare e sopraffare, è in un certo senso l’inizio dell’omicidio. Infatti si può “uccidere” in tanti modi: si può strumentalizzare la persona secondo i propri interessi, si può rendere falsa testimonianza, si può calunniare, si può emarginare, si può essere indifferenti di fronte alle situazioni difficili, si possono tradire le amicizie, etc. etc. (Ileana Mortari)

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La Bibbia, parlandoci delle origini, sembra dirci che è nel DNA dell’uomo dopo il peccato l’istinto della violenza e della divisione. Il rifiuto di Dio ha diviso marito e moglie che si accusano reciprocamente, e passa nei figli quel veleno che si chiama individualismo ed egoismo che genera invidia, rancore e la sopraffazione del fratello.
Storia di sempre, perché di sempre è il peccato. Allora la rassegnazione è l’ultima parola? Il male, la violenza, l’ingiustizia è davvero DNA incorreggibile, non risanabile? La lotta per la solidarietà, la pace, la convivenza fraterna è solo utopia irrealizzabile? L’amore è una favola?

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Il peccato non è l’ultima parola sulla vicenda umana. Il cuore di pietra può essere cambiato in cuore di carne (cf. Ez 36,36); un riscatto è possibile. Ed è avvenuto. Gesù, Salvatore, viene appunto ad aggiustare qualcosa di rotto che noi uomini non riusciamo più ad aggiustare. Col perdono come barriera alla vendetta, con la gratuità come scudo contro l’invadenza dell’egoismo, con la sua grazia come antidoto alla nostra fragilità.
E il rimedio va ben oltre ogni DNA rovinato, ricreandolo nuovo sano ed efficace: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai! Ma io vi dico…”. Solo la “nuova creatura” uscita dal battesimo ormai può rendere l’uomo più uomo: “Chi segue Cristo l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 41). (Romeo Maggioni)

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Apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». (Mt 1, 20-21)

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Certo, a dir poco singolare è il modo nel quale Dio gli parla. Mentre già sognava una sua famiglia con Maria, Dio irrompe nei suoi progetti, proponendogli una prospettiva d’amore più grande del suo. Cosa intuisce propriamente Giuseppe? Che quel figlio che Maria si porta in grembo non è il fallimento del suo progetto matrimoniale. Ma un invito esplicito a saper andare oltre noi stessi, i nostri calcoli e i nostri sogni. O meglio: che Dio sta dentro i nostri sogni, le nostre attese e speranze. Questa convinzione sta al fondo della sua confidenza in un Dio provvidente e non padrone. Questo sta alla radice della capacità di confidenza, senza riserve e totalmente abbandonata di Gesù nel Padre Suo. Quasi potremmo dire che qui sta l’anello di congiunzione umana tra la paternità di Giuseppe e la figliolanza di Gesù. (Walter Magni)

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Giuseppe “era uomo giusto”, il che significa: obbediente alla legge, misericordioso, aperto al piano di Dio e anche abituato a ruminare le Scritture e a pregare i salmi; ed è proprio grazie a quest’ultima prerogativa che egli intuisce come quanto è successo a Maria possa essere l’inizio della realizzazione della promessa fatta a Davide. Tanto più che l’angelo presenta l’evento come realizzazione di una profezia. Dobbiamo ricordare che tutto il vangelo di Matteo è punteggiato dalle cosiddette “citazioni di adempimento”, tratte dai “Testimonia” del giudaismo: florilegi di testi biblici di taglio messianico, raccolti per alimentare nei fedeli la speranza nel Messia. (Ileana Mortari)

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Dio segue strane vie con gli uomini e non si cura delle loro opinioni. Dio non segue la via che gli uomini gli ascrivono, ma la sua via va oltre ogni comprensione e ogni prova, è libera e spontanea. Dove l’intelletto s’indigna, dove la nostra natura si ribella, dove la nostra religiosità si tiene impaurita a distanza, è proprio lì che Dio ama essere. Lì confonde l’intelletto dei sapienti, lì scandalizza la nostra natura, la nostra religiosità, è lì che sarà e nessuno può proteggerci da lui. Soltanto gli umili credono in lui e sono lieti che Dio sia così libero e potente, che egli faccia miracoli là dove l’uomo si scoraggia, che egli glorifichi ciò che è piccolo e umile. […] Dio non si vergogna dell’umiltà degli uomini, vi entra dentro e fa di un uomo un suo strumento. […] Dio è vicino a ciò che è basso, ama ciò che è debole, fragile; quando gli uomini dicono “perduto”, lì egli dice “trovato”; dove gli uomini dicono “giudicato”, egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, egli dice “sì”. (D. BONHOEFFER)

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Non avendo solide fondamenta né nella verità e neanche in Dio, viviamo di una fede inutile, incapace di salvezza, redenzione, vera nuova moralità.
Giuseppe si era trovato dinanzi ad un evento storico incomprensibile. Era per lui difficile credere nella virtù della sua sposa. Questa era incinta. Nella Scrittura non vi era un evento simile, sul quale fondare o poggiare la verità dell’onestà di Maria. Lui pensa ad una soluzione di bene, di grande giustizia, di vera e autentica carità. Dio però non è per la decisione di Giuseppe. Questi invece deve assumere la sua decisione che è una sola: prendere con sé, come sua sposa, in un matrimonio da viversi in modo verginale per entrambi. Dio vuole questo e glielo comunica a Giuseppe. Giuseppe ora sa. Confortato dalla scienza della fede e dalla conoscenza del mistero, obbedisce all’istante. Si sveglia, si alza, prende con sé Maria come sua sposa. Accoglie di essere lo sposo castissimo della Madre del Salvatore. Quanto Dio fa con Giuseppe, a noi è chiesto di farlo con ogni uomo. La fede è scienza, conoscenza, intelligenza, sapienza, dottrina, insegnamento, verità. (Movimento apostolico)

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Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. (6, 11-17)

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Il popolo di Dio ha il suo memoriale, ma è   un memoriale vivente. La grande differenza è proprio qui: un memoriale vivente, non le ceneri di qualcuno.
Il ricordo biblico è essenzialmente diverso da quello umano, che fa rivivere la realtà solo intenzionalmente, nella memoria. Il ricordo biblico (il zikkaron) fa rivivere la realtà realmente; è ricordo e presenza nello stesso tempo. La salvezza e la morte di Cristo, per l’Eucaristia, non rivivono solo dentro la nostra memoria, ma rivivono realmente, c’è una presenza reale sull’altare: è la presenza stessa, per quanto misteriosa e velata, con cui Gesù fu presente sul Calvario; è la presenza del Risorto che dice:
Toccatemi, sono proprio io! (cf. Lc. 24, 39). Noi ci ricordiamo di lui, della sua morte, cioè assistiamo alla sua morte e raccogliamo su di noi il suo sangue purificatore. Siamo intorno all’altare come Maria e Giovanni erano intorno alla croce; ma c’è anche la triste possibilità che siamo qui come i soldati, come i nemici e come i pas¬santi furono intorno alla croce. (Raniero Cantalamessa)

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Spezzare il pane e condividerlo insieme al vino raccontano la dinamica della comunità cristiana, le relazioni che la animano: una Chiesa carica di amore.
Vuol dire anche imparare a superare personalismi e divisioni, a comprendersi maggiormente, ad armonizzare le varietà e le ricchezze di ciascuno; in una parola a voler più bene a Dio e alle persone che ci sono accanto, in famiglia, in parrocchia, nelle associazioni (papa Francesco 19.06.2013).
Ogni volta che mangiamo il pane e beviamo dal calice, noi annunciamo la morte del Signore. Annunciamo che ogni cosa buona sgorga dalla croce di Cristo, diciamo che siamo stati salvati, che siamo nati di nuovo, morti al peccato. Insieme affermiamo di appartenere a Cristo, finché egli venga.
L’Eucarestia che celebriamo abbraccia il passato perché fa memoria, è una azione presente in quanto rispondiamo ad un comando, fate questo, che ci proietta…nel futuro, verso l’imminente ritorno di Cristo.  (Luciano Cantini)

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Gesù dona ai suoi discepoli un comandamento eterno: “Voi stessi date loro da mangiare”. Fino all’avvento dei cieli nuovi e della terra nuova, sempre gli apostoli dovranno dare da mangiare a tutte le folle affamate che ricorreranno a loro per ascoltare la Parola di Gesù, che sempre dovrà risuonare sulle loro labbra. Essi sempre dovranno dare il duplice nutrimento: della parola e del pane. Mai solo la parola. Mai solo il pane. Cristo è uno. È parola e pane. Come unità va sempre donato: come parola e come pane. Chi divide Cristo, non prende Cristo, perché Lui è una cosa sola. (Movimento apostolico)

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La processione ha un duplice significato. Sta a simboleggiare la nostra condizione di « itineranti », pellegrini, creature che « non hanno quaggiù una stabile dimora », ma sono in cammino verso la vera patria. In questo cammino, l’Euca-restia diventa il pane che sostiene, dà forza. Qualcosa di vitale, indispensabile.
Ma la processione si snoda attraverso le vie, in mezzo alle case, alle piazze. Ossia, Cristo passa là dove l’uomo abita, vive, lavora, ama, soffre, spera. E viene in tal modo sottolineato il nesso che esiste tra Eucarestia e vita.
I drappi, i fiori, le luci, gli addobbi, i colori, sono simboli di ciò che deve avvenire quando una comunità cristiana si nutre del « pane di vita »: la realtà viene trasformata. Le « solite cose » non sono più le stesse: sono toccate da una forza di amore che le cambia dall’interno, le fa splendere, dà loro un significato.
L’Eucarestia, ossia tutto viene cambiato radicalmente. Eucarestia non è « stare » con Cristo in un rapporto intimistico. Significa « uscire » con Lui per le strade, inserirsi nell’avventura degli uomini. Non basta credere alla « presenza reale ». Occorre assicurare la presenza reale di Cristo nel mondo attraverso la nostra testimonianza, il nostro impegno a soddisfare la fame degli uomini. (Pronzato)

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«O ammirabile altezza e stupenda degnazione! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a Lui i vostri cuori!». (S. Francesco d’Assisi – Ammonizioni)

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“Aiutami, o Signore, a far sì che i miei occhi siano misericordiosi, in modo che io non nutra mai sospetti e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto.
Aiutami a far sì che il mio udito sia misericordioso, che mi chini sulle necessità del mio prossimo, che le mie orecchie non siano indifferenti ai dolori e ai gemiti del mio prossimo.
Aiutami, o Signore, a far sì che la mia lingua sia misericordiosa e non parli mai sfavorevolmente del prossimo, ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono.
Aiutami, o Signore, a far sì che le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni, in modo che io sappia fare unicamente del bene al prossimo e prenda su di me i lavori più pesanti e più penosi.
Aiutami a far sì che i miei piedi siano misericordiosi, in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo, vincendo la mia indolenza e la mia stanchezza. Il mio vero riposo sta nella disponibilità verso il prossimo.
Aiutami, o Signore, a far sì che il mio cuore sia misericordioso, in modo che partecipi a tutte le sofferenze del prossimo. A nessuno rifiuterò il mio cuore, nemmeno a coloro di cui so che abuseranno della mia bontà. Non parlerò delle mie sofferenze. Abiti in me la Tua Misericordia, o mio Signore” ( S. Faustina Kowalska – Diario).

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Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. (Gv 14, 23-26)

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Tutte le volte che pronunziamo l’enunciato della nostra fede trinitaria – un Dio in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo –, rischiamo di farlo diventare una formula algebrica, che ci tiene lontano dal mistero, e colloca la fede in una separazione netta tra sacro e profano. Eppure, la rivelazione trinitaria è proprio il superamento dell’idea del “sacro”, il chiuso dove vivrebbe Dio, e il “profano”, il tutt’altro da Dio, la nostra vita. […] Tutta la rivelazione biblica si presenta come lo spasimo del cuore di Dio per l’uomo. Gregorio Magno voleva che si leggessero le sacre Scritture proprio per imparare a conoscere il “cuore di Dio”: Disce cor Dei in verbis Dei… La Parola di Dio ascoltata è una scuola di conoscenza del cuore di Dio. (B. CALATI)

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Siamo, come dice la Scrittura, della famiglia di Dio, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il Figlio, Gesù di Nazaret, con la sua obbedienza alla volontà del Padre, con la sua passione e morte, e anzitutto con la sua gloria presso Dio. Questo suo destino esprime e contiene l’amore eterno tra il Padre e il Figlio. Dal Padre e il Figlio, lo Spirito Santo, che è il loro amore, di diffonde nel mondo e nei cuori degli uomini. Lo Spirito amore è uno col padre e uno col Figlio. Il mistero dell’amore trinitario di Dio rivela anche qualcosa del problema più profondo dell’uomo, fatto a immagine di Dio. Il mistero di Dio non è un mistero di solitudine, ma di convivenza, di creatività, di conoscenza, di amore, di dare e ricevere. L’esistenza umana è un poter partecipare a quello che è Dio, ossia all’amore. L’uomo è chiamato ad essere una esistenza d’amore, come quella di Dio. (P.TARCISIO GEIJER)

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Dai fatti, l’identità. Gesù ci ha fatto conoscere la vita intima di questa speciale famiglia: lì c’è un Padre che ama un Figlio, un Figlio che riama pienamente il Padre, e il legame tra i due è realtà così viva da essere una Persona, lo Spirito Santo. Una e identica è la natura divina dei Tre, e quindi è un solo Dio; ma vivace nelle sue relazioni interne da esprimersi in tre vere e distinte Persone. Un “monoteismo” tutto speciale e specifico è il monoteismo cristiano! “Con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo – professiamo oggi nel prefazio – sei un solo Dio e un solo Signore, non nell’unità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone, l’unità della natura, l’uguaglianza della maestà divina”.

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Ma più sorprendente in questo Dio è la sua scelta di aprire la cerchia della propria privacy per invitare e accogliere altre creature a divenirne partecipi. Un Dio che ha mostrato assoluta gratuità e generosità nell’amarci, quando noi eravamo ancora suoi nemici e peccatori. Un Dio “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, .. non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,31-39). Un Dio, alla fine, “che è AMORE” (1Gv 4,16). “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura – dice Paolo -, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abba!” (Rm 8,15). Papà!, appunto, come un bimbo chiama il suo babbo. Questa è la prima acquisizione dell’anima credente: la serenità e la sicurezza di avere Dio che è Padre, non padrone. Un Dio tutto diverso quindi da quello che hanno ipotizzati le altre religioni. (Romeo Maggioni)

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