Incontro di quaresima
Domenica 19 marzo secondo incontro di Quaresima in preparazione alla S. Pasqua. don ADALBERTO PIOVANO, ex priore del monastero di… ∞
Primo incontro di quaresima
Domenica 12 marzo sono iniziati la serie di tre incontri di quaresima in preparazione alla S. Pasqua. Ecco il programma:… ∞

Egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui. (Mc 12, 15-17)

Per gli ebrei non si trattava solo di accettare o combattere la dominazione romana. La questione per il mondo ebraico aveva un risvolto religioso determinante. Proprio quella forma di dominio e di oppressione, esercitato anche attraverso una pesante riscossione di tasse, toccava direttamente la figura di Jahwé, inteso come unico Signore del popolo di Israele. Mentre altre culture orientali tendevano a considerare il re come un Dio, quella ebraica non ammetteva questa mediazione. Nessun re o imperatore poteva oscurare o pretendere di occupare il primato di Dio nei confronti del suo popolo. Quando Gesù, da ebreo convinto, afferma che “quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”, è perché vuole riaffermare che Dio è l’unico Signore di Israele. Che non può essere emulato da nessuno. Anzi: è il Dio che rovescia “i potenti dai troni”, come canta Maria nel Magnificat. E a Dio va dato tutto quello che è Suo. C’è un primato di Dio sulla vita di tutti che nessuna regalità umana può eludere. Ciò che è di Dio non può essere strappato dalle Sue mani. (Walter Magni)

Benedetto XVI ci insegna che il martirio è la rivelazione del volto vero del cristianesimo: la forza nella debolezza. “Apparentemente sembra che la violenza, i totalitarismi, la persecuzione, la brutalità cieca si rivelino più forti, mettendo a tacere la voce dei testimoni della fede, che possono umanamente apparire come gli sconfitti della storia. Ma Gesù risorto illumina la loro testimonianza e comprendiamo così il senso del martirio. Nella sconfitta e nell’umiliazione di quanti soffrono a causa del Vangelo, agisce una forza che il mondo non conosce. Quando i cristiani sono veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anche loro, come avvenne per Gesù, oggetto di persecuzione; come lui sono segno di contraddizione”.

Egli (Gesù) non prende una delle due posizioni come volevano i suoi avversari, ma da un lato riconosce l’autonomia della sfera politico-civile-amministrativa, dall’altro ne delimita chiaramente i confini. L’uomo – dice la Bibbia – è stato creato a immagine di Dio (cfr. Gen.1,27), cioè possiede una dignità, una coscienza e una libertà che non possono essere conculcate da nessun potere politico. E proprio Gesù, nella sua umanità di Figlio dell’uomo che serve per amore, ci restituisce il volto di Dio a immagine del quale siamo fatti. Inoltre la collocazione in seconda posizione del riferimento a Dio significa che il “politico” deve essere aperto al “religioso” e non viceversa: qualora Cesare mi impedisse di riconoscere Dio come l’Assoluto, allora sarei obbligato a disubbidirgli, addirittura a ribellarmi, sia pure senza mai far ricorso alla violenza, che è contraria al Vangelo. Così pure bisogna essere pronti a contestare il potere quando esso non difende i più deboli o addirittura calpesta la dignità della persona soffocando quei valori che la coscienza considera sacri e inviolabili. 
Osserviamo ancora che la frase dell’ultimo versetto, diventata celeberrima, sta alla base della definizione della “laicità” dello stato e della politica. Nel 1° secolo a. Cr. ogni struttura politica (dalla polis greca alla monarchia orientale alla teocrazia ebraica) aveva un carattere sacrale, era insieme anche “struttura religiosa”: la netta distinzione operata invece da Gesù è una di quelle novità evangeliche che fanno compiere un enorme passo avanti alla coscienza spirituale dell’umanità. (Ileana Mortari)

 

Negli ultimi anni il termine “laico” viene utilizzato per indicare un generico agnostico o ateo. Tale uso è semanticamente scorretto, in quanto laico ha significato di svincolato dall’autorità confessionale, ma non inficia la pratica di una particolare credenza religiosa.
L’abuso del termine in sede politica, in funzione di sinonimo perfettamente sovrapponibile ad “anticlericale” o “ateo”, ha generato l’utilizzo del termine spregiativo “laicista”, con un significato simile e opposto all’uso del termine spregiativo “clericale” per indicare persone che si autodefiniscono “laiche” e si comportano come anticlericali.
Nel significato originario del termine, ancora utilizzato in ambito religioso, il laico è un fedele della religione non ordinato sacerdote o non appartenente a congregazioni religiose. Etimologicamente il termine laico deriva dal gr. laïkós ovvero “del popolo” quindi che vive tra il popolo secolare non ecclesiastico. (Da Wikipedia)
L’uomo fatto a immagine di Dio esige libertà di coscienza e proclama il primato di Dio; non può essere sopportato da quanti si pensano padroni di persone e di “valori” che sono in contrasto con quella visione di vita e di storia. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,18.20).
Scontro ma anche necessità di una sopportabile convivenza. Ecco oggi i criteri di Gesù per giusti rapporti tra fede e “politica”, tra esigenze di valori non negoziabili e apporto di partecipazione positiva al bene comune.
Sullo sfondo anche la già difficile battaglia che il credente deve affrontare ogni giorno per la coerenza interiore nel vivere il vangelo. (Romeo Maggioni)

 

Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. (Mt 10, 16-20)

(Gesù) al tema della persecuzione a causa del Vangelo Matteo dedica l’ultima delle sue beatitudini, descrivendola in modo disteso: “Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia…” (Mt 5,10-11). Di fatto oggi il cristianesimo è tra le religioni più perseguitate nel mondo. Migliaia di cristiani subiscono minacce e violenze, anche fisiche, a causa del Vangelo. Mentre in Occidente siamo affaticati da un laicismo che giustifica qualsiasi opinione e la Chiesa viene tacciata di chiusura perché annuncia una visione della vita poco gradita a chi governa l’opinione pubblica. (Walter Magni)

transumanza

Gesù introduce questa parte del suo discorso con due metafore: pecore in mezzo ai lupi; prudenti come i serpenti, semplici come le colombe. La prima serve a mostrare il contesto difficile e pericoloso nel quale i discepoli sono inviati. Da un lato viene evidenziata la pericolosa situazione in cui si vengono a trovare i discepoli inviati in missione; dall’altra l’espressione «io vi mando» esprime protezione. Anche riguardo all’astuzia dei serpenti e alla semplicità delle colombe Gesù sembra connettere due atteggiamenti: fiducia in Dio e riflessione prolungata e attenta nel modo di relazionarsi con gli altri. (Carmelitani)

“Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi” (v.16 a) Il contrasto tra pecore e lupi è evidente: le pecore, per la loro debolezza, sono “mansuete” e “sopportano” la violenza, mentre i lupi sono aggressivi e vivono alimentandosi della carne delle pecore. Per questo dice il Siracide: “Che cosa vi può essere in comune tra il lupo e l’agnello?” (13,17). Gesù utilizza questa immagine per avvisare i suoi discepoli che saranno perseguitati nella loro vita di fede e vivranno situazioni angosciose, ma dovranno viverle con un atteggiamento di grande mansuetudine.
 Questo atteggiamento che richiede Gesù contrasta certamente con la nostra mentalità competitiva, per cui è necessaria una riflessione. Perché dobbiamo essere “come pecore” ?
 Gesù avrebbe potuto rendere i suoi discepoli più temibili dei leoni, ma non l’ha considerato conveniente. A San Paolo dirà: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza (2°Cor.12,9)
E qual è questa potenza di Gesù, che permette alla pecora di vincere il lupo? “La mia grazia” dice; cioè lo Spirito Santo, effuso nel cuore del credente. È nello spirito, e non tanto negli uomini (“guardatevi dagli uomini), che dobbiamo porre alla nostra fiducia: “E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come e di che cosa dovrete dire… Lo spirito del Padre vostro parlerà per voi”.  (Sèbastien Dumont)

Benedetto XVI. La missione degli apostoli è un grande esorcismo
Poiché il mondo è dominato dalle potenze del male, quest’annuncio è allo stesso tempo una lotta contro queste potenze. “I messaggeri di Gesù mirano, al suo seguito, ad un’esorcizzazione del mondo, alla fondazione di una nuova forma di vita nello Spirito Santo, che liberi dall’ossessione diabolica” (R. Pesch). Di fatto, il mondo antico – come ha mostrato soprattutto Henri de Lubac – ha vissuto l’irruzione della fede cristiana come liberazione dalla paura dei demoni, una paura che nonostante lo scetticismo e l’illuminismo dominava tutto; e lo stesso accade anche oggi ovunque il cristianesimo prende il posto delle antiche religioni tribali e, trasformando i loro elementi positivi, li assume in sé. Si sente tutto l’impeto di quest’irruzione nelle parole di Paolo, quando dice: “Nessuno è Dio se non uno solo.

 

Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Allora Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono. (Lc 1, 42-50)

Ecco quello che noi comunemente chiamiamo il canto del “magnificat”. Mi dicevo, dovremmo ripercorrerlo pensando che a pronunciare quelle parole era una ragazzina, senza corone sulla testa – direbbe don Primo Mazzolari – forse un fazzoletto a stringerle le ciocche dei capelli, con la fatica della montagna ancora nel fiato, lei che si considerava una “piccola”, stupita per un Dio che aveva avuto un pensiero per lei.
“Ha guardato” disse “la piccolezza della sua serva”. Ma i piccoli, diversamente da quanto noi spesso pensiamo, hanno dentro una forza – la forza della loro fiducia in Dio – una forza incredibile. E così la ragazza di Nazaret, dopo aver cantato gli occhi di Dio, diede sfogo nel “magnificat” a parole a dir poco rivoluzionarie, parole su Dio e sulla storia che, se pensate sulle labbra di un’adolescente, farebbero dire a qualcuno di noi: “Ma come ti permetti? Ma che ne sai?”.
La ragazza di Nazaret, ricucendo testi dell’Antico Testamento, canta a un Dio che “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Non so se l’avete notato: l’azione di Dio, nelle parole di Maria, non riguarda solo il futuro, quando a essere sottomesso sarà l’ultimo nemico, la morte, ma riguarda anche il presente. (Angelo Casati)

Sono le parole potenti di Maria a far esplodere il racconto e a dargli la potenza di una bomba nucleare storica.
Questa preghiera, messa sulle labbra della madre del Signore, contiene dei passaggi che come minimo ci devono far interrogare alla luce di quel che ci succede attorno oggi.
Dio è all’opera nella storia, e questa azione avviene anche attraverso di noi. Possiamo scegliere di essere in sintonia o andarci contro, pensando di farla da noi soli la storia dell’umanità.
Maria non è spaventata o triste quando pronuncia queste parole, ma è nella gioia più piena. Lei che si definisce povera serva in un mondo di poveri, ha la ricchezza della grazia di Dio che le ha riempito la vita e ha dato un senso ai suoi passi. Maria ha una gioia che riesce a comunicare nel profondo a tutti coloro che incontra, e ne è testimonianza proprio il sussulto di gioia viscerale che scaturisce anche nella cugina Elisabetta appena la saluta. Maria e Elisabetta, due povere donne, che per la società di allora non valevano molto, sono le prime a rendersi conto che Dio proprio da loro inizia la rivoluzione dell’umanità. La rivoluzione di Dio prevede il rovesciamento degli schemi umani che vorrebbero i potenti sempre più potenti e i ricchi sempre più ricchi, a discapito di poveri e umili sempre più impoveriti e umiliati.
Dio opera questa rivoluzione nella storia, anche se a volte non sembra succeda e siamo tentati di pensare il contrario. (Giovanni Berti)

Per meglio essere espliciti, nell’assumere Maria al Cielo in anima e corpo, Dio dimostra di premiare in modo adeguato e proporzionato l’assoluta fedeltà e la disponibilità di questa semplice fanciulla che con la sua condiscendenza alle parole dell’angelo Gabriele si è resa interamente partecipe del programma divino di salvezza. Concedendo il proprio grembo allo straordinario parto del Figlio di Dio che diventava in lei Figlio dell’Uomo, Maria aveva donato tutta se stessa per la causa del Regno, aveva consacrato la sua giovinezza alla Divina Infanzia recando con se il Dio fatto Bambino e con fede aveva seguito le terribili tappe della fuga in Egitto per poi farsi garante, assieme allo sposo Giuseppe, della crescita umana del suo Figlio. (Gian Franco Scarpita)

 

Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».  (Mc 12, 41-44)

Per capire a fondo le parole di Gesù, è opportuno qualche ragguaglio storico. Anzitutto occorre sapere che la situazione delle vedove nelle strutture sociopolitiche dell’Antico Oriente era particolarmente drammatica: con la perdita del marito esse non avevano più chi assicurava loro personalità giuridica e tutela e spesso si riducevano alla mendicità, in balìa della prepotenza altrui. Anche al tempo di Gesù la vedova era la persona più povera e indifesa: non poteva contare su nessuno, non aveva sicurezze, né riserve, né pensioni. Essa era dunque assurta, insieme all’orfano e all’oppresso, a simbolo biblico del povero.

La donna versa due spiccioli (“leptà” in greco); l’evangelista sottolinea che erano due, perché la vedova – data la sua indigenza – avrebbe potuto darne solo uno e tenersi l’altro; dunque ella dà tutto quello che ha. Lo spicciolo era la più piccola moneta di rame allora in circolazione, era quanto serviva per vivere una giornata.
E’ molto probabile che Gesù stesso si riconosca in quella donna che ha offerto al Tempio tutto quello che aveva per vivere. Siamo al termine del ministero pubblico del Nazareno: Egli si prepara ad affrontare la morte. Ha consumato tutta la sua esistenza non trattenendo nulla per sé e anche nel momento estremo la sua tunica sarà tirata a sorte e gli abiti disputati dai carnefici. Possiamo quindi vedere nella vedova povera una sorta di “figura profetica” di Gesù che dà tutta la sua vita per noi.  (Ileana Mortari)

Con questa sentenza sul valore dell’offerta termina l’attività e l’insegnamento di Gesù nel tempio. Egli aveva iniziato contestando il mercato e il traffico che si svolgevano sotto la tutela dei sacerdoti, aveva sconfessato la sicurezza e la boria dei circoli dirigenti di Gerusalemme che nel tempio avevano il simbolo del loro prestigio, scribi e sadducei, ora conclude esaltando l’autentico valore religioso del gesto di una povera donna. Il luogo di incontro con Dio non passa attraverso il potere cultuale o istituzionale, ma attraverso il cuore povero, cioè totalmente aperto e disponibile a Dio. (R. Fabris)

Il piccolo racconto esalta dunque quel sacrificio silenzioso, completo e naturale, che non trasforma in storia il suo atto, ma nel quale l’uomo tralascia molto concretamente tutte le sue sicurezze per abbandonarsi interamente alla misericordia di Dio. Esso è dunque una conclusione adatta all’attività pubblica di Gesù ». (E. Schweizer)

Il biasimo di Gesù oggi è anche contro quanti fanno qualcosa nella Chiesa per farsi vedere e non per l’occhio interiore di Dio. Aveva già detto: “Mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,3-4). L’ostentazione del bene è un corollario deteriore della cultura dell’immagine e del prestigio che influenza tutti. Naturalmente viene condannato anche l’approfittarne della Chiesa per fare i propri affari; dentro e fuori di essa. (Romeo Maggioni)

Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.  (Mt 17, 1-3)

Ci domandiamo: perché la Chiesa ripropone, un quadro così sfavillante della gloria del Signore?
Gesù intende dare un saggio di ciò che Egli è; vuole impressionare i suoi Discepoli perché poco prima ha parlato della sua Passione e ne riparlerà anche in seguito. Sono gli ultimi giorni della sua missione in Galilea. Gesù sta per trasferirsi nella Giudea, ove accadrà il grande dramma della fine del Vangelo, della vita temporale del Signore. Gesù sarà crocifisso. E perché i Discepoli, questi tre specialmente, non siano scandalizzati, stupiti, anzi esterrefatti dalla fine tristissima del Maestro, ma conservino la fede, Gesù decide di imprimere nelle loro anime questa meraviglia.
Ora la Chiesa la ripresenta anche a noi per ricordarci che vedremo il Redentore crocifisso provando una sorta di sgomento per il suo Sangue sparso, per la sua sofferenza, nel contemplarlo come schiacciato dai suoi nemici; e affinché non ci scandalizziamo, e non abbiamo a tradirlo o lasciarlo, in quell’ora grande ed amara, consideriamo, ora, chi Egli è e quanto può. A noi il compito di metterci in ascolto stimolati da quell’invito che prorompe dal cielo; “Questi è il mio Figlio prediletto ascoltatelo”. (Michele Cerutti)

“Lascia che il meglio di te fuoriesca a servizio degli altri e per la gioia tua. Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici non importa, fa’ il bene. Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici: non importa, realizzali. Il bene che fai verrà domani dimenticato. Non importa fa’ il bene. L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile: non importa, sii franco e onesto. Da’ al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci. Non importa, da’ il meglio di te” (M. Teresa di Calcutta).

Adamo ed Eva – secondo una bellissima interpretazione dei primi santi Padri – erano stati creati ai bordi della gloria. Il paradiso terrestre confinava con la gloria celeste. Se non avessero peccato sarebbero entrati subito in Paradiso senza ritornare in polvere. Infatti erano vestiti di un abito di gloria che li rivestiva di innocenza, di immunità da ogni male e di immortalità. Ed è per questo che non si accorgevano di essere nudi. E infatti nella trasfigurazione di Gesù, furono proprio le vesti a rifulgere di luce, prefigurazione di quell’abito di gloria che l’umanità ha perso col peccato, ma che ritroverà nella visione beatifica. Condizione privilegiatissima di cui tutti serbiamo grande nostalgia: Chi non rimpiange l’innocenza perduta? Chi non vorrebbe ritrovare la candida veste battesimale? Chi non rimpiange il giardino dell’Eden in cui vediamo Adamo ed Eva vestiti di gloria e beati, mentre noi ora, siamo vestiti di guai e squinternati?
Abbiamo perso i vestiti nei quali eravamo stati creati e li dobbiamo riconquistare a gran fatica.
A cosa serve la nostra vita? A farci ritrovare i vestiti giusti, cioè a riconquistare il nostro essere “a immagine e somiglianza di Dio”.
Gesù dunque in quell’occasione rivelò la sua natura divina. Rivelare significa togliere il velo. Aveva sempre velato la sua divinità con la sua umanità, ma qui solleva un po’ il velo. (Wilma Casseur)

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