La Misericordia di Lucilla Giagnoni
Un evento importante nella nostra chiesa per sottolineare l'apertura del anno straordinario di giubileo sulla DIVINA MISERICORDIA. Mercoledì 16 alle… ∞
Martini e noi
Un evento importante domani sera: giovedì 8 ottobre 2015 nella nostra chiesa alle ore 21 Viene presentato il libro curato… ∞

Mentre i farisei erano riuniti insieme, il Signore Gesù chiese loro: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?». Gli risposero: «Di Davide». Disse loro: «Come mai allora Davide, mosso dallo Spirito, lo chiama Signore, dicendo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?

Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?». Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo. (Mt 22, 41-46)

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Gesù fa una domanda ai farisei, replicando alla loro risposta con un breve ragionamento. Introduce i Suoi interlocutori nel grande orizzonte della fede del popolo ebraico, al quale sia Gesù che anche quei farisei appartengono. Una fede, quella ebraica, che trova il suo centro dinamico proprio nell’attesa del Cristo/Messia.
Alla Sua domanda quei i farisei rispondono attenendosi a quello che dice la Scrittura: il Cristo, il Messia, non può che essere figlio “di Davide”. In questo modo Gesù ha lo spunto per continuare, motivando il senso della Sua domanda. Come dicesse: “perché allora Davide chiama Signore (“disse il Signore al mio Signore”) quello stesso Messia che voi giustamente avete riconosciuto come suo figlio? Insomma: se Davide chiama Signore suo figlio è perché gli sta riconoscendo una paternità più grande della sua, la paternità stessa di Dio”. Cioè, il Cristo/Messia è ad un tempo figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Così a questo punto Gesù può ricentrare l’attenzione su di Sé, svelando l’intenzione più profonda del Suo domandare: “quel Cristo/Messia che è Signore, ora sta semplicemente davanti a voi: sono proprio io quel figlio di Davide, figlio dell’uomo che è pure Figlio di Dio!.
Siamo cioè davanti ad una vera e propria rivelazione, manifestazione di Gesù come Dio. (Walter Magni)

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Gesù lascia intuire la sola conclusione possibile: se il titolo “figlio di Davide” non basta a definire l’identità del Messia, ciò significa che l’Atteso è qualcosa di più di un semplice discendente della dinastia davidica, è qualcosa di più di Davide stesso; ecco perché è nello stesso tempo anche il “Signore”, cioè il Figlio di Dio. Se si esplicita questa argomentazione, ne deriva di necessità una conseguenza logica ineluttabile, stringente: Gesù – che molti considerano il Messia atteso – non ha origini solo umane, ma anche divine.
Ancora più chiara e significativa appare la novità del messianismo di Gesù, se si approfondisce l’origine dell’espressione “Figlio di Davide”.  (Ileana Mortari)

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La condanna renderà ancora più imperscrutabile la risposta di Gesù e agli occhi di tutti cancellerà qualunque ipotesi di condivisione. Il Messia non può concludere con l’infamia e la crocifissione. Eppure la Comunità cristiana deve passare attraverso questa contraddizione terribile e fare riferimento al “servo sofferente” di Isaia (cap 53) per riprendere tracce di comprensione e di ricerca.
Questo problema a noi sembra lontano, eppure ci pone in termini di chiarezza l’interrogativo: “Chi è Gesù per me? Qual è il mio rapporto con lui? Quali sono le mie attese, quale la mia vocazione di credente nel mondo? Quali progetti mi pongo come credente?” E a questi interrogativi segue, in corrispondenza, anche una immagine di Chiesa a cui faccio riferimento, visto che Gesù ne è il centro.
Quale Chiesa cerco? Una comunità vittoriosa, capace di potenza e di forza, inattaccabile? Oppure mi sforzo di costituire una comunità accogliente, capace di misericordia e cosciente dei propri limiti, libera e in ricerca? Chiesa padrona o Chiesa serva? A seconda di come si risolvono questi interrogativi sul volto della Chiesa, il volto di Gesù offre messaggi e offre salvezza. (Raffaello Ciccone)

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è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 18Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? 19Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». 21Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». 22A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono. (Mt 22, 17-22)

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La moneta genera ricchezza, commercio, stabilità delle strade, pace e l’impero procura tutto questo.
Gesù allora traduce: con le tasse non si tratta di “dare” come hanno detto, ma di “restituire (rendere). “Se l’impero vi offre dei benefici, e voi li accettate, restituite pagando le tasse”.
“Ma voi stessi siete immagine di Dio e appartenete profondamente e totalmente a Lui. “E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò (Gen 1,27).” Restituite perciò a Dio quello che è di Dio”.
Questo testo è stato utilizzato su vari piani, sottolineando la laicità dello Stato, il valore dell’impegno politico, il riconoscimento della propria appartenenza a realtà e strutture del mondo. Ma getta le basi di una nuova visione dello Stato, segnando la fine della società antica. Per il mondo antico lo Stato appare regolarmente come l’espressione unitaria della realtà politica e religiosa, alla quale è dovuto tutto l’ossequio dell’uomo. Dopo che Gesù ha tacciato la linea di separazione, la potestà terrena, pur riconosciuta legittima nell’ambito delle sue attribuzioni, non ha più il diritto di richiedere all’uomo l’ossequio totale dello spirito. (Raffaello Ciccone) 

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 Per Gesù, riconoscere i doveri verso Dio non significa però negare i doveri verso lo Stato.
Il primo di questi doveri, per chi segue Gesù Cristo, è quello di essere noi per primi cittadini esemplari, primi a rispettare le leggi: da quelle minime, come rispettare l’ambiente, fare la raccolta differenziata, pagare sui mezzi pubblici, evitare gli schiamazzi notturni, non imbrattare i muri; fino alle leggi più grandi come pagare secondo giustizia chi lavora per te, non guidare in stato di ebbrezza, aver cura dei più deboli come i bambini e gli anziani, su su fino a “pagare le tasse” che non è solo dovere civico, ma (per stare all’argomento della controversia evangelica), anche morale e religioso.
Il secondo è di essere coscienza critica verso coloro che ci governano perché siano coerenti con il mandato ricevuto dalla gente che li ha eletti: quello di mettersi al servizio della comunità e non dei propri interessi; Il più importante di questi doveri, eppure forse il meno praticato, è di pregare per coloro che ci governano. (Ileana Mortari)

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Oggi, di fronte alle sfide della nostra cultura secolarizzata e, in apparenza, così impermeabile a Dio, sembra sia richiesta anche più spiritualità e misticismo, che ricostruisca una speranza di fronte ad un mondo disperato. Più stile di comunione, anche, come forza attrattiva nei confronti di una umanità disgregata e piena di lotte. Assieme ad una forte testimonianza di solidarietà e servizio gratuito entro un mondo che soffre per troppo interesse e potere. E’ il modo oggi della Chiesa di ridivenire “anima del mondo”, abbandonando supplenze, “presenze” troppo compromesse, per ridiventare lievito, sale e luce. In una parola: stile evangelico e santità. Qualcuno ha scritto: “Il cristianesimo del XXI secolo o sarà santo o non sarà”, cioè finirà! (Romeo Maggioni)

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Non si tratta di non pagare il tributo, ma di cambiare mentalità. Altrimenti, si rimane schiavi dello stesso mondo di valori di Cesare.
La proposta di Gesù è quella di assoggettarsi all’autentica Signoria di Dio, rinunciando all’ingiusta ricchezza:
Rispetto al Cesare, devono rinunciare al suo denaro, che li mantiene soggetti a lui; rispetto a Dio, al dominio sul popolo che tengono assoggettato con lo sfruttamento economico in nome di Dio.
La testimonianza che il discepolo di Gesù deve continuare a offrire ancora oggi sta proprio nella scelta del modo di essere di Dio: il suo modo di amare è quello di donare e condividere, non di prendere e possedere, e il suo modo di regnare è quello di servire. Dare a Dio quanto è di Dio significa quindi vivere già da ora quella libertà e quella fraternità che sono alternative rispetto alla proposta del Cesare mondano.  (Gianantonio Borgonovo)

 

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Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. (Gv 19, 32-34)

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Gesù è il vero Agnello della Pasqua, è l’Agnello Servo Sofferente, è il Nuovo Tempio di Dio. In Lui si compie ogni figura e ogni profezia dell’Antico Testamento. Con Lui finisce la figura, si entra nella realtà della Pasqua, del Tempio, della vera Salvezza, del vero cammino verso la piena libertà e liberazione che è dal peccato, dalla disobbedienza, per un vero ritorno nel cuore del Padre, che è la vera nostra “Terra Promessa”. […]
Gesù Signore è l’acqua che purifica, dona vita, feconda i cuori di verità. È la grazia che rigenera, santifica, eleva, crea nuova tutta la nostra umanità. Senza di Lui la terra è un deserto, una desolazione, un’aridità universale, una perenne carestia spirituale. (Movimento apostolico)

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Quali parole potremmo inventare noi, nella nostra povertà, quando la Parola fatta carne alza un “forte grido” per poi spegnersi nel silenzio buio e gelido della morte? Davanti al Crocifisso non ci resta che tacere e adorare. Non ci resta che aderire. Per stare nalle parole conclusive del Vangelo odierno: “chi ha visto né da testimonianza (…) egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate“. Ecco, forse più che tacere non ci resta che credere, senza commentare.
Ad ogni Eucaristia che celebro, ad ogni Comunione che faccio, per un istante almeno, mi affaccio sull’enormità di ciò che sta accadendo. Dio che mi cerca. Dio che è ancora in cammino verso di me.
Dio che è arrivato e mi ha raggiunto. Dio che, dopo avermi trovato entra dentro di me. Trovando casa in me. Come non accettasse di restare solo. Incapace di restare solo, racchiuso in Sé. Faccio la Comunione e mi sento colmo di Dio, mentre fatico a trovare parole e non mi resta che dedicarGli almeno il silenzio. (Walter Magni)

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Cosa pensi di poter togliere con quella lancia? Il tuo colpo non lo finirà. Lui è già finito avendo condotto a compimento il senso della Sua esistenza nel dare ogni cosa. Non gli è rimasto nulla perché ha voluto che niente di sè restasse senza essere sparso. Quello era il Suo fine, quella è stata la Sua fine. Perciò non c’è più tempo per Lui: non c’è altro da aggiungere per Uno si è tolto tutto. Nè altre opere, né altre parole. Una vita che ha dato tutta se stessa è una vita compiuta.
Non credi, soldato? Allora affondala! Affondala di più quella lancia nel petto del Crocifisso. Fruga nel cuore di quell’uomo come in quello di Dio, usala come uno scandaglio, misura la profondità di quell’amore e poi dì a tutti: è forse rimasto qualcosa? Gocce di sangue, un rivolo d’acqua. Niente di più. Bravo soldato, hai spremuto fino in fondo. Hai toccato con mano un Dio che non teme di lasciarsi ferire, offendere, derubare e mutilare. Hai provato la sua disponibilità a lasciarsi spaccare il cuore da te e da ogni altro uomo. (Cristiano Mauri)

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Ora, sulla croce, Gesù ricorda che “tutto si è compiuto” fino in fondo. Persino la sete spaventosa del crocifisso fa ricordare una profezia: “quando avevo sete mi hanno dato l’aceto” si dice nel Sal. 69,22.
E’ la parasceve: giorno e ora in cui i sacerdoti stanno immolando gli agnelli pasquali.
E Gesù è il vero e unico agnello che, immolato, offre la vita per il suo popolo poiché lo salva e lo ama, purificandolo.
Gesù “consegnò lo spirito”, pronto per essere trasmesso alla sua Chiesa a Pentecoste, ricco di tutta l’accoglienza del Padre e dell’umanità, forte di tutta la comunione del Dio Trinitario.
Giovanni sta ricordando alcune coincidenze e alcuni piccoli episodi, ma è consapevole di rammentare grandi verità, preoccupato di ricordare che la sua testimonianza è attendibile (v 35).
Gesù è il vero agnello di Dio, ricordato da Giovanni Battista (Gv 1,29), il vero agnello che libera dalla schiavitù d’Egitto (Es 12,46). Ma è anche più dell’agnello perché è il “servo sofferente”, secondo la profezia di Isaia (53): la parola “servo” e la parola “agnello” sono identiche in ebraico e quindi Giovanni gioca sulle due immagini, sia ricordando che le ossa del crocifisso non sono state spezzate (come per l’agnello pasquale) e sia che il servitore, con le sue sofferenze, espia il peccato del mondo (Sal 34,21).
Attraverso la ferita del costato esce l’ultima goccia di sangue insieme all’acqua. Il sangue rappresenta l’offerta della vita di Dio (sangue), completamente, fino all’ultima goccia, e l’acqua è l’inizio della vita nuova del credente, per gli esegeti anche il dono dello Spirito Santo che santifica nel battesimo. (Raffaello Ciccone)

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Gesù disse: E’ compiuto!”. La sua missione è stata la riconciliazione e una nuova alleanza tra la nostra umanità e quel Dio che in Gesù ha portato a termine il suo progetto, nonostante la resistenza dell’uomo. Il sì dell’uomo Gesù al Getsemani esprime tutta l’accoglienza umana del dono di comunione che il Padre ha offerto col “consegnare il proprio Figlio per tutti noi” (Rm 8,32). Il sacrificio cruento della croce dice, col linguaggio del sangue, la totale disponibilità di Dio a un legame profondo di vita che porta a compimento quella “consanguineità” con noi uomini già iniziata con l’Incarnazione. “Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati” (Mt 26,28).
Quel dono di Sé Gesù l’ha voluto perpetuare in un segno – l’Eucaristia – per dilatare a tutti e far crescere l’alleanza: “Nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e disse: Questo è il mio corpo che è per voi: fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, prese anche il calice, dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me” (1Cor 11,24-25). La messa è il sacrificio della nuova ed eterna alleanza, memoriale della morte e della risurrezione di Cristo, che celebriamo nell’attesa della sua venuta. (Romeo Maggioni)

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«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: «Signore, aprici!». Ma egli vi risponderà: «Non so di dove siete». (Lc 13, 24-25)

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Gesù non risponde alla domanda, per far capire che il vero nocciolo della questione non sta lì e che il problema su cui interrogarsi è un altro; non deve importare a noi se si salvano in tanti o pochi, perché questo rientra nel mistero di Dio. Quello di cui ci dobbiamo preoccupare è ben altro, e cioè che la salvezza non è un fatto tranquillo e scontato per nessuno: né per chi allora osservava la Legge (gli ebrei), né per chi oggi si attiene a comandamenti e precetti della Chiesa (i cristiani); la salvezza non è automaticamente conferita per il solo fatto di appartenere al popolo di Dio.
Così da una domanda sugli “altri” (sono pochi o tanti “quelli” che si salvano?), il Maestro fa passare l’interlocutore a una domanda che riguarda invece proprio lui, di conseguenza ogni uomo, e dunque anche ciascuno di noi! Il Signore pertanto si rivolge a tutti con un chiaro imperativo: “Sforzatevi “voi” di entrare…”. Quindi: preoccupatevi della vostra situazione, del vostro impegno attuale, vedete di essere voi vigilanti. (Ileana Mortari)

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Porta stretta perché le esigenze della sequela non è roba spontanea: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segue” (Lc 9,23). La croce è il problema. Per Gesù la croce fu un atto di eroismo “cieco” quando disse: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). In qualche forma, ciò sarà esigito anche da ognuno di noi. Di fronte al dolore, di fronte a una disgrazia imprevista, di fronte alla morte.. non c’è altra ragione che tenga, se non una resa totale pieno di fiducia a quel Dio.. che sa lui cosa sia il meglio per noi! E prima di questo – almeno nella storia dei mistici – la porta stretta diviene una terribile purificazione, che solo un amore totale e la forza dello Spirito può sostenere! Abramo .. insegna (cf. Gen 22). (Romeo maggioni)

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Gesù non è venuto sulla nostra terra per svelarci gli arcani futuri e neanche per rispondere alle nostre domande inutili, vane, sciocche. Lui è stato mandato in mezzo a noi per parlarci della vita eterna, dire ad ognuno qual è la via per poterla raggiungere, quali sono gli ostacoli che si incontrano per la strada, dove si annidano i pericoli, quali sono le tentazioni che ci allontanano dalla nostra beatitudine eterna.
Oggi Gesù rivela una verità che è molto lontana dalla nostra mentalità mondanamente curiosa, oserei dire salottiera. È da passatempo, da salotto interrogarsi sul numero dei salvati, se pochi o assai. È invece risposta da vera salvezza quella che dona Gesù. Per entrare nel Regno dei cieli vi è una porta stretta e per attraversarla ognuno si deve sforzare, deve mettere un serio impegno, un convincimento non comune. Infatti molti cercheranno di entrare, ma non vi riusciranno. (Movimento apostolico)

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Luca sta riflettendo sulla sua comunità e sente che si sta irrigidendo poiché la vede stanca, sicura di sé, superficiale, supponente. Prende spunto, allora, da una domanda che uno sconosciuto ha rivolto a Gesù: “Sono pochi quelli che si salvano?” e cerca di aiutare a capire che l’incontro con Gesù suppone una convergenza sui progetti.
Egli non vuol rispondere a domande statistiche, a numeri, a curiosità di masse ed eserciti affiancati, ma vuole aprire seriamente il cuore alla salvezza.
Non si tratta di fare un conto sui tanti o sui pochi ma sul come ci si salva. Allora si profila all’orizzonte un verbo che indica continuità, impegno, pazienza, costanza: “Sforzatevi”: quanto ciascuno è disposto ad impegnarsi fino in fondo? Gesù sta camminando verso Gerusalemme, verso la sua morte e risurrezione. La salvezza si gioca sulle scelte di Gesù. Certamente c’è un banchetto di gioia a cui ciascuno è invitato, ma la porta è stretta. Le persone grandi e grosse, impettite e superbe, rigide e supponenti non riescono ad entrare perché bisogna farsi piccoli, contorcersi, insistere, magari sgomitare. (Raffaello Ciccone)

 

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Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. (Mt 5, 23-24)

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Non trovi scritto solo di non uccidere, ma anche di non insultare; non solo di non commettere adulterio, ma anche di non guardare in modo ambiguo e malizioso una donna; non solo di non spergiurare, ma di non giurare, perché non devi giocare con le parole per coprire la tua povertà e i tuoi limiti. Io sono venuto a svelare l’anima segreta, non impoverirla, non inaridirla, non immobilizzarla. Dunque: portala anche tu a compimento ogni giorno!”.
Così, tenendo sullo sfondo questa prospettiva, ci si accorge che il modo col quale Gesù intende attuare e completare l’interpretazione della Legge è quello di andare diritto al suo cuore, alla radice: “Avete inteso che fu detto agli antichi: ‘Non ucciderai’; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio”. (Walter Magni)

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Ecco la grande novità del messaggio evangelico: non occorre arrivare ai gesti più gravi per incorrere nel giudizio di Dio; è tutta la nostra vita in ogni momento della giornata che deve tener presente la Legge. Si risponde così alla facile e ancor oggi diffusa obiezione di chi dice: “Non ho rubato, non ho ammazzato nessuno, non ho tradito mia moglie; che peccati devo confessare?”
Non c’è più un livello minimo su cui confrontarsi (basta non aver ammazzato e si è “giusti”), ma occorre giungere alla radice di ogni rapporto interpersonale, quello del rispetto e soprattutto della comunione; così l’adirarsi è già in radice giudicare e sopraffare, è in un certo senso l’inizio dell’omicidio. Infatti si può “uccidere” in tanti modi: si può strumentalizzare la persona secondo i propri interessi, si può rendere falsa testimonianza, si può calunniare, si può emarginare, si può essere indifferenti di fronte alle situazioni difficili, si possono tradire le amicizie, etc. etc. (Ileana Mortari)

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La Bibbia, parlandoci delle origini, sembra dirci che è nel DNA dell’uomo dopo il peccato l’istinto della violenza e della divisione. Il rifiuto di Dio ha diviso marito e moglie che si accusano reciprocamente, e passa nei figli quel veleno che si chiama individualismo ed egoismo che genera invidia, rancore e la sopraffazione del fratello.
Storia di sempre, perché di sempre è il peccato. Allora la rassegnazione è l’ultima parola? Il male, la violenza, l’ingiustizia è davvero DNA incorreggibile, non risanabile? La lotta per la solidarietà, la pace, la convivenza fraterna è solo utopia irrealizzabile? L’amore è una favola?

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Il peccato non è l’ultima parola sulla vicenda umana. Il cuore di pietra può essere cambiato in cuore di carne (cf. Ez 36,36); un riscatto è possibile. Ed è avvenuto. Gesù, Salvatore, viene appunto ad aggiustare qualcosa di rotto che noi uomini non riusciamo più ad aggiustare. Col perdono come barriera alla vendetta, con la gratuità come scudo contro l’invadenza dell’egoismo, con la sua grazia come antidoto alla nostra fragilità.
E il rimedio va ben oltre ogni DNA rovinato, ricreandolo nuovo sano ed efficace: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai! Ma io vi dico…”. Solo la “nuova creatura” uscita dal battesimo ormai può rendere l’uomo più uomo: “Chi segue Cristo l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 41). (Romeo Maggioni)

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